Donald Trump aspira al Nobel per la pace, ma finora le sue azioni hanno contribuito ad aggravare i conflitti, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania. Cosa fare dunque per limitare la durata delle guerre? Le sanzioni economiche possono ostacolare le importazioni di armamenti e materiali militari. Occorre anche scoraggiare il cinico reclutamento di soldati russi da mandare al massacro da parte di Putin. Un messaggio che l’Occidente potrebbe lanciare è chiaro: le porte restano chiuse a dittatori e oligarchi, ma si aprono alle popolazioni che da quei regimi cercano di fuggire, per sottrarsi al ricatto dei soldi offerti in cambio dell’arruolamento al fronte.
Donald Trump sta facendo di tutto per meritarsi il Nobel per la Guerra. Solo nelle ultime settimane è miracolosamente riuscito in un duplice intento: da una parte, ha smarcato dall’isolamento internazionale Vladimir Putin, accolto come un eroe in Alaska. Dall’altra, con i suoi dazi, ha ottenuto il risultato di ricompattare un fronte ostile alle democrazie occidentali, spingendo l’India verso l’orbita cinese. Tutto questo rischia non solo di allungare il conflitto in Ucraina, ma anche di aprire nuovi scenari di guerra in Oriente, con la più volte minacciata “riunificazione”, leggi annessione, di Taiwan alla Cina. Per non menzionare l’endorsement offerto da Trump al progetto del Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust sulla Riviera di Gaza, che ha legittimato i coloni israeliani e la dittatura militare instauratasi in Israele a proseguire nelle stragi della popolazione civile nella Striscia e nell’occupazione di nuovi territori palestinesi in Cisgiordania.
Inutile perciò farsi grandi illusioni. Per molti anni siamo destinati ad avere guerre o comunque dittature minacciose e guerrafondaie alle nostre porte. Dobbiamo fare i conti con questa realtà. Sul piano umanitario, geopolitico e militare. E anche su quello economico, cosa di cui ci occupiamo in questo numero di eco.
Cosa vuol dire per un’economia essere in guerra? E cosa vuol dire, per noi, convivere con conflitti alle nostre frontiere? E quanto possono essere efficaci le sanzioni economiche nel contenere la durata dei conflitti?
L’economia di un paese in guerra
La guerra con armi convenzionali non colpisce in modo uniforme il territorio dei paesi in conflitto. In Ucraina il fronte è concentrato su una parte relativamente limitata del paese. In queste zone ci sono state pesanti perdite di vite umane tra la popolazione civile, esodi in massa di persone e imprese, città quasi rase al suolo, infrastrutture devastate. Qui, così come nelle aree occupate dai russi, un mercato del lavoro di fatto non esiste più. Nella regione di Donetsk, in gran parte in mano ai russi, non ci sono più posti di lavoro offerti dalle imprese. I grandi impianti industriali sono stati distrutti e non ricostruiti oppure non hanno accesso a materiali che sono essenziali per produrre; non possono, ad esempio, ricevere il ferro dalle regioni sotto la giurisdizione ucraina. La catena produttiva è bloccata sia a valle che a monte, le miniere sono chiuse e le imprese a proprietà ucraina rimaste in loco non sono in condizioni di operare. Non si trovano notizie di posti di lavoro, in queste oblast, sulle piattaforme ucraine e neanche su quelle russe. Tra le poche persone rimaste, molte hanno perso il lavoro e chi vuole ricominciare o iniziare a lavorare non ha posti vacanti cui fare domanda.
Ma i costi economici delle guerre vanno ben al di là della distruzione materiale che i bombardamenti comportano al fronte. In realtà l’esperienza storica ci suggerisce che quelli maggiori, quelli più duraturi, sono legati alla perdita di capitale umano e di intere generazioni di imprese che non riescono più a nascere o sono costrette a chiudere i battenti anche se non hanno subito bombardamenti. Questi costi si fanno sentire anche a centinaia di chilometri di distanza dal fronte: imprese che hanno perso fornitori localizzati in territori occupati o in zone minate, datori di lavoro che a tutti i livelli lamentano carenze di personale, chiamato alle armi o fuggito all’estero per evitare tale sorte. Le imprese private non riescono a riempire i posti vacanti, e questo è oggi il problema numero uno in Ucraina, molto più delle frequenti interruzioni di attività causate dagli allarmi antiaerei.
Un’economia in guerra diventa un’economia con un ruolo dello stato molto più rilevante e non solo perché una parte consistente della popolazione lavorativa è chiamata alle armi ed è stipendiata dal governo con emissioni di moneta da parte della banca centrale. Il fatto è che le risorse si spostano dai settori che producono beni di consumo e offrono servizi a famiglie e imprese verso l’industria militare e la sua filiera produttiva. Sarà molto difficile invertire il processo una volta terminata la guerra. I paesi in guerra riescono a fatica a tenere in piedi il proprio sistema scolastico, dato l’esodo di insegnanti, prima ancora che la distruzione fisica delle scuole. Generazioni di giovani non ricevono un’istruzione adeguata e chi in partenza era maggiormente istruito lascia il paese agli albori del conflitto.
I costi per chi è vicino alle guerre
Veniamo ai costi per chi, come noi, deve coesistere con guerre alle porte. L’aumento delle spese militari che il rischio geopolitico ci impone presenta un conto elevato. «Ogni pistola prodotta è una rapina», come riconosceva lo stesso generale Dwight Eisenhower, perché toglie soldi alle scuole, all’assistenza sociale, alla tutela della salute. Certo, ogni spesa pubblica aggiuntiva, compresa quella militare, ha effetti espansivi. Ma vi sono miriadi di possibili altri modi di spendere risorse pubbliche che si rivelano altrettanto di stimolo per l’economia e più desiderabili rispetto alla spesa militare, dall’acquisto di materiale ospedaliero, alla manutenzione delle strade, all’aumento degli stipendi degli insegnanti o degli assegni alle famiglie indigenti.
Vale soprattutto in Europa che storicamente ha la sua forza nei sistemi di protezione sociale. Ora il Vecchio Continente dovrà comprare armamenti, soprattutto dagli Stati Uniti. La spesa militare potrebbe avere effetti espansivi sull’economia protratti nel tempo soprattutto se orientata verso il mercato interno e in grado di avere ricadute positive sull’innovazione nelle imprese private. Non sembra però essere il caso dell’Europa, che non è nota per la sua tecnologia militare, se non forse in alcuni prodotti di nicchia.
Economia e durata dei conflitti
Molte guerre convenzionali non sono blitzkrieg, guerre lampo. Durano a lungo e si vincono con la resilienza delle economie più che con le armi, nelle aziende più che nelle trincee. Lo sforzo bellico richiede investimenti ingenti in macchinari ed eserciti numerosi. Robot e droni non sostituiscono completamente il personale militare. E non tutti i paesi riescono a lungo andare a reclutare persone da mandare al fronte.
Le sanzioni economiche servono a limitare la capacità militare in termini di macchinari. Riducono le importazioni più che le esportazioni dei paesi che si vogliono colpire. È lo stesso principio seguito dagli alleati nelle guerre mondiali, quando avevano imposto il blocco navale della Germania. Lo scopo principale era di impedirle di importare, non di esportare. E infatti, se veniamo all’oggi, le importazioni russe in effetti sono, in questi anni, molto diminuite, soprattutto nel settore tecnologico, cruciale per l’industria bellica. È possibile che le grandi inefficienze militari di Mosca abbiano a che vedere, almeno in parte, con la difficoltà a importare e a rimpiazzare materiali.
Certo, il problema delle sanzioni è che dovrebbero essere applicate da tutti. Fino a poco fa anche i paesi che non vi aderivano, inclusa la Cina, avevano ridotto le esportazioni verso la Russia. Non è più così, i russi sono riusciti a importare più droni dall’Iran, munizioni dalla Corea, microchip dalla Cina. E l’asse che si sta creando, grazie anche a Trump, tra Russia, Cina, India e altri paesi rende le sanzioni meno efficaci.
Le nuove misure di questo tipo verso la Russia dovrebbero intaccare la sua capacità di reclutare persone per l’esercito. Compito non facile, perché si tratta di un paese economicamente piccolo (il suo prodotto interno lordo equivale a quello del Benelux) ma che ha un grande bacino di disperati cui attingere. E Putin cinicamente lo sta facendo a piene mani. Ogni giorno muoiono o vengono gravemente feriti quasi mille soldati russi. Dal febbraio 2022, i morti sarebbero più di 250mila, cinque volte le perdite di vite umane in tutte le guerre in cui la Russia è stata coinvolta dal Dopoguerra a oggi, quasi venti volte i morti in Afghanistan o in Cecenia. L’esercito russo ha bisogno di arruolare circa 30mila soldati al mese per compensare le perdite e i feriti. Queste persone non vengono reclutate a Mosca o San Pietroburgo, ma nei territori a Nord o alle estremità orientali del paese, offrendo loro compensi molto generosi in rapporto agli standard di vita locali. Il bonus offerto al reclutamento di un soldato può raggiungere i 30mila dollari, cento volte il salario mensile in molte aree. Lo stipendio dei soldati eccede i 2mila dollari, sette volte il salario medio. Alle famiglie delle vittime non vengono solo offerte medaglie e riconoscimenti, ma soldi, tanti soldi in rapporto al tenore di vita locale. Si arriva fino a 150mila dollari per familiare morto al fronte, molto di più di quanto avrebbe potuto guadagnare in un’intera vita di lavoro. Non è un caso che in queste zone si registrino sempre più aperture di nuovi conti correnti.
Il bacino dei disperati non è però illimitato. Anche la Russia soffre il declino demografico e in un crescente numero di fasce di età ci sono più donne che uomini. Non è un caso che i compensi dati ai soldati e alle loro famiglie siano fortemente aumentati col prolungarsi del conflitto. È difficile che tassi di reclutamento di questo ordine di grandezza possano essere mantenuti a lungo nel corso del tempo. Bisogna in tutti i modi ostacolare il cinico acquisto di vite umane operato da dittatori come Putin. L’Occidente può proporre alle popolazioni di queste regioni prospettive ben migliori di un compenso, per quanto apparentemente generoso, per la perdita dei propri cari. Si possono, ad esempio, offrire permessi di soggiorno, stabilire programmi di gemellaggio, in cui si invitino i giovani di queste aree a imparare mestieri e guadagnare in zone molto più floride del mondo, che peraltro hanno disperato bisogno di manodopera.
Invece di invitare Putin con tutti gli onori perché, ad esempio, non estendere ai giovani della Kamchatka i generosi incentivi (circa 2.250 euro al mese) che vengono garantiti ai cittadini americani per spingerli a risiedere in Alaska? Difficile, ma non impossibile nell’era dei social media far giungere alle popolazioni interessate il messaggio che i paesi liberi apriranno loro le porte, mentre le stanno chiudendo agli oligarchi. Non si devono sentire abbandonate a un triste destino di produttori di vite umane per un fronte distante migliaia di chilometri.
P.S. Il prossimo numero (in edicola il 18 ottobre) sarà dedicato alla casa.