L’Italia è un paese in cui tutti hanno in cima alle loro preoccupazioni e aspirazioni la casa. Ciononostante spendiamo molto meno degli altri per affrontare il problema sociale delle abitazioni. Come spiegare questo paradosso? In passato le politiche sociali erano incentrate sulla pensione del capofamiglia che tipicamente aveva una casa di proprietà. Oggi si teme di aiutare gli immigrati e non si vogliono dare soldi a comuni amministrati da governi di colore politico diverso dal proprio. Speriamo che il piano casa per i giovani annunciato da Giorgia Meloni preveda davvero la costruzione degli studentati a prezzi agevolati previsti dal Pnrr e mai attuati, oltre che le case popolari di cui si è perso traccia dal piano Fanfani del 1949. I contributi a pioggia all’edilizia servono solo alla lobby del settore. La questione abitativa è un tema di uguaglianza, mobilità e coesione sociale. E come tale va affrontato.
Se c’è un paese in cui la casa è al centro delle attenzioni della gente, questo paese è l’Italia. Otto famiglie su dieci residenti nella penisola vivono in un’abitazione di proprietà su cui hanno impegnato i risparmi di una vita: oltre il 60% della ricchezza netta delle famiglie è investita in immobili, più che in Francia e Germania, il doppio che negli Stati Uniti. Le indagini sull’uso del tempo ci dicono che nel nostro paese si dedicano quasi due ore al giorno alla pulizia della casa, molto più che altrove. Manco a dirlo sono soprattutto le donne a farsi carico di questo lavoro, spesso aggiuntivo rispetto a un impiego remunerato. Silvio Berlusconi nel 2006, promettendo a pochi giorni dal voto l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, solo per poche migliaia di voti (per l’esattezza 25mila) non riuscì a ribaltare il pronostico che lo dava come sonoramente sconfitto alle elezioni. E non è certo un caso che l’Italia sia la patria del sussidio alle ristrutturazioni edilizie più astruso che sia mai esistito nella storia dell’umanità: il Superbonus al 110% che ha aperto una voragine nei nostri conti pubblici.
Le abitazioni e la mobilità sociale
La casa, in effetti, è uno spartiacque nella vita delle persone. È una delle parole più cantate perché dalla casa dipende il benessere individuale e famigliare. Let me go home è un refrain di una bella canzone di Michael Bublé: come nei suoi testi, lontani da casa ci si sente soli anche quando circondati da milioni di persone. Dalle condizioni abitative dipende la possibilità di conciliare vita privata e lavoro soprattutto ora che il lavoro in remoto, appunto “da casa” (il working from home), è così diffuso. Per chi è in affitto, è il caso soprattutto dei giovani, la casa conta per più di un terzo del bilancio famigliare. E per chi sta comprando casa, la rata del mutuo è ciò che stabilisce quanto stringente è il proprio vincolo di bilancio. L’andamento del costo della vita a livello locale è in gran parte determinato dai prezzi delle case. La mobilità sociale è strettamente legata a dove si risiede; spesso basta spostarsi di un quartiere per cambiare il proprio destino; il diritto allo studio significa soprattutto accesso a studentati a costi abbordabili (non è il caso di quelli costruiti a Milano nell’ambito delle opere per le Olimpiadi Milano-Cortina). Insomma, la casa è la fonte primaria di disuguaglianze sociali.
Un paradosso italiano
Eppure, in Italia, il paese in cui tutti, proprio tutti, hanno in cima alle loro preoccupazioni e aspirazioni la casa, le politiche volte a contrastare la povertà e a promuovere l’uguaglianza delle opportunità non si occupano affatto della casa. Siamo il paese in Europa che destina meno risorse ai sussidi alle abitazioni per le famiglie indigenti. I dati Eurostat ci dicono che l’Italia spende in rapporto al Pil per “housing benefits” un terzo della Spagna, un decimo della Svezia, un ventesimo di Francia e Germania, addirittura un duecentesimo del Regno Unito. Eroghiamo i cosiddetti “contributi al canone di locazione e per le spese accessorie” mediamente due anni dopo che le famiglie interessate hanno sostenuto questi costi, rendendo lo strumento inaccessibile per chi non può indebitarsi. Vero che abbiamo schemi relativamente generosi di detrazione della spesa per mutui ipotecari. Ma aumentano le disuguaglianze anziché ridurle. Il fatto è che le famiglie più povere hanno redditi inferiori alla soglia oltre la quale si pagano le tasse e, quindi, non hanno modo di utilizzare quelle detrazioni.
Non costruiamo più case popolari, se non per numeri simbolici, dai tempi del piano Fanfani del 1949, che insieme al programma INA-Casa realizzò quasi 350mila alloggi popolari. Il Pnrr poteva essere l’occasione per finanziare interventi su vasta scala di edilizia sovvenzionata, ma i programmi di costruzione di case popolari nei comuni sono stati i primi a essere tagliati nelle revisioni del Piano varate dal Governo Meloni. Al meeting di Rimini la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha annunciato un piano casa rivolto ai giovani e affidato al ministro Salvini, ma sin qui l’unico piano prefigurato da quest’ultimo (tra le migliaia di esternazioni che ci offre ogni giorno) riguarda la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Non è esattamente la stessa cosa.
La casa per i giovani e gli immigrati
Perché il nostro sistema di protezione sociale ignora la casa? In passato perché era concentrato sulla protezione di un capofamiglia che aveva quasi sempre una casa di proprietà. Oggi perché in non pochi casi i principali beneficiari degli aiuti sarebbero gli immigrati, sovrarappresentati nel novero di coloro che cercano casa e hanno bassi redditi. Ma quando si ammettono un milione di immigrati nell’arco di una legislatura, come previsto dai decreti flussi varati dal governo Meloni, non si può non pensare che la loro integrazione passi, in primo luogo, attraverso l’offerta di alloggi a prezzi per loro accessibili. Con l’immigrazione arrivano persone, non solo braccia. È irresponsabile non pensare al problema delle abitazioni dei nuovi arrivati.
Il nostro sistema di protezione ignora la casa anche perché non si è ancora adattato al declino demografico. Oggi tutti gli sforzi dovrebbero essere concentrati sul cercare di arrestare il crollo dei tassi di natalità. La casa ha un ruolo cruciale in questo contesto. I giovani difficilmente possono costruirsi una famiglia e fare figli finché costretti a convivere coi loro genitori perché non si possono permettere una casa tutta per loro. Come documentiamo, gli affitti sono aumentati nei capoluoghi di provincia mediamente del 30% in cinque anni, con punte del 40-50% a Milano e Firenze.
Le responsabilità dello stato e degli enti locali
Un’altra ragione per cui l’Italia è strabica sulla casa è che le politiche per l’edilizia sovvenzionata vengono demandate ai comuni, come è stato per decenni anche per le politiche di contrasto alla povertà. Oggi è solo nelle grandi città che la popolazione continua a crescere e con questa la domanda di abitazioni. Le risorse per l’edilizia popolare andrebbero concentrate proprio lì anziché essere disperse in mille rivoli. Questo anche quando il colore politico di chi governa le grandi città è diverso da quello di chi governa il paese, come avviene oggi in Italia. Le politiche nazionali per la casa dovrebbero prendere come riferimento non gli schieramenti a livello locale, ma i prezzi delle abitazioni che in città come Milano sono arrivati a essere superiori a quelli di molte capitali europee, come documentiamo ampiamente in questo numero di eco.
Chiaramente anche i comuni coinvolti devono essere chiamati a fare la loro parte, nonostante i tagli al bilancio cui sono stati sottoposti in questi anni. Potrebbero farlo tassando, almeno al pari degli altri paesi europei, le plusvalenze dei grandi proprietari di aree di cui viene cambiata la destinazione d’uso, ad esempio permettendo la sua trasformazione in zona residenziale. Ci sono normative nazionali che rendono possibile un contributo straordinario da parte dei privati pari ad almeno il 50% di queste rendite, ma il principio viene in gran parte disatteso perché forte è la pressione delle lobby delle costruzioni e le Regioni hanno recepito le norme sul contributo straordinario (l’articolo 16 della legge 164 del novembre 2014) in modo evasivo e parziale.
Un volano solo per le lobby dell’edilizia
Le lobby dell’edilizia sono anche riuscite in questi anni a ottenere massicci aiuti dallo stato nutrendosi della narrativa secondo cui sostenendo l’edilizia si fa ripartire un paese tornato a crescere al tasso dello “zero virgola”. L’affermazione secondo la quale l’edilizia è il volano dell’economia non ha alcun fondamento, è semplicemente il retaggio di una visione tipica della prima metà del secolo scorso, quando ancora i servizi avevano un peso limitato nell’economia, e ciò che contava erano “le cose” che si producevano; meglio se grandi e visibili a tutti, come appunto case e cantieri. Una visione, per intenderci, che ha permeato i piani quinquennali di Stalin e Mao Zedong, con la loro ossessione per le tonnellate di cemento, ferro e acciaio prodotte; per farne cosa era meno importante. Nel 1960 l’edilizia in Italia contava per il 14% del Pil; nel 2020, prima della droga del Superbonus, per poco più del 4%; i servizi, cioè l’economia “immateriale”, contano oggi per il 72% del Pil.
Non è certo di questa anacronistica concentrazione di risorse pubbliche sull’edilizia che abbiamo bisogno. Quello della casa è un problema sociale. È un problema di uguaglianza di opportunità, di mobilità e coesione sociale. È a questo livello che andrebbe affrontato.
P.S. Il prossimo numero, in edicola il 15 novembre, sarà sul lavoro povero.