Nessuno paga volentieri le tasse, che pure sono necessarie al funzionamento dello stato. Lo si fa ancora più malvolentieri quando il sistema fiscale appare nebuloso e ingiusto. Così, per guadagnare consenso, i politici promettono tagli alle imposte che alla prova dei fatti non possono mantenere perché non hanno la forza per intervenire sulla spesa pubblica. E tuttavia migliorare si può. In Italia, per esempio, si possono indurre i tantissimi piccoli evasori a dichiarare correttamente i propri redditi, ricorrendo agli incentivi più che ai controlli. E poi bisognerebbe tassare di più la ricchezza, attraverso una riforma delle imposte di successione e l’aggiornamento del catasto.
Quasi nove italiani su dieci odiano il nostro sistema fiscale ritenendolo iniquo, vessatorio e moltiplicatore di disuguaglianze. Il dato, rilevato da un’indagine Demopolis per Oxfam su un campione di 4mila famiglie, sorprende fino a un certo punto: le tasse non potranno mai apparire belle a chi le deve pagare e il nostro paese è al quarto posto nella classifica Ocse della pressione fiscale (il rapporto fra entrate tributarie e contributive e reddito nazionale). Ma le tasse potranno essere ritenute dal contribuente in qualche modo giustificabili se rispettano principi condivisi, come quello sancito dall’articolo 53 della Costituzione secondo cui tutti sono chiamati a concorrere «alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e secondo criteri di progressività, cioè imposte proporzionalmente più elevate per chi ha redditi più alti. Ci si sente invece tartassati quando si ritiene di pagare di più rispetto a chi è più ricco o gode di trattamenti privilegiati. Più complesso un sistema fiscale, più intricate le sue regole, più estese le eccezioni, più facile che sentimenti di questo tipo si diffondano e soffochino sul nascere i sensi di colpa di chi evade le tasse, oltre ad affievolire la sanzione sociale nei confronti degli evasori. Come nel film “I tartassati” di Stefano Vanzina in cui un negoziante (impersonificato da Totò) viene consigliato dal proprio commercialista (Louis de Funès) su come sfuggire alle multe comminate da un meticoloso maresciallo della Guardia di finanza (Aldo Fabrizi). Il pubblico spera che questi ripetuti (ed esilaranti) tentativi alla fine vadano in porto. E la conclusione del film, non a caso, lascia aperta la possibilità.
Le infinite riforme fiscali delegate ai posteri
Consapevoli di questi sentimenti diffusi, i politici in ogni campagna elettorale promettono copiosi tagli delle tasse. Poi, una volta al governo, si rimangiano le proprie promesse e finiscono per concedere al massimo impercettibili agevolazioni fiscali a questa o quella categoria particolarmente ben rappresentata, rendendo il sistema fiscale ancora più intricato di prima. Oggi in Italia esistono ben 575 agevolazioni speciali, un primato non invidiabile. Sono in genere di piccola entità e con platee di beneficiari molto agguerrite. In questo numero di eco documentiamo che queste agevolazioni coinvolgono mediamente 200mila persone l’una e hanno un costo medio di 207 milioni ciascuna. Significa che per abolirle bisogna inimicarsi un numero non irrilevante di elettori, portando poi a casa risparmi molto contenuti. Anche un politico motivato e coraggioso avrà difficoltà a percorrere questa strada.
Per tagliare davvero le tasse bisognerebbe anche tagliare le spese e, come dimostrano le infinite spending review avviate in Italia dal 1981 in poi (inizialmente si chiamavano revisioni della spesa), farlo è politicamente più costoso che rinunciare ai promessi tagli delle tasse. Al posto dei tagli alla spesa, si spende di più fingendo di diminuire le tasse: molte agevolazioni d’imposta sono in realtà programmi di spesa aggiuntiva, non a caso vengono chiamate “spese fiscali”. Nella difficoltà di tagliare la spesa pubblica tutto il mondo è paese: anche i propositi più bellicosi alla fine si devono arrendere alla realtà. Pensiamo al programma Department Of Government Efficiency (Doge) di Elon Musk, che avrebbe dovuto eliminare spese per un terzo del bilancio federale statunitense entro il 4 luglio 2026. È sparito nel nulla, mentre l’aspirante Doge continua a intascare copiosi finanziamenti federali per i suoi progetti spaziali.
Per non perdere la faccia, si tira allora fuori dal cappello l’idea di incaricare una commissione di esperti di progettare una riforma fiscale, la cui attuazione verrà ovviamente delegata a un governo successivo che poi, immancabilmente, lascerà scadere la legge delega che avrebbe concesso questa possibilità. L’ultimo episodio della serie si è avuto con il passaggio dal governo Draghi al governo Meloni.
I falsi tagli delle tasse
Al governo Meloni è però riuscita un’operazione che non era stata possibile agli esecutivi precedenti. Grazie alla recrudescenza dell’inflazione ha potuto ottenere entrate fiscali straordinarie per via del drenaggio fiscale, vale a dire del fatto che molti lavoratori dipendenti sono stati soggetti in questi anni ad aliquote fiscali più alte senza che il loro reddito, in termini di potere d’acquisto, fosse aumentato (si vedano gli esempi numerici che forniamo in questo numero di eco). Ha poi proceduto a restituire parzialmente il maltolto, con tre leggi di bilancio successive. Il fatto che la restituzione sia stata incompleta contribuisce a spiegare perché negli ultimi anni la pressione fiscale in Italia è aumentata, passando dal 41,2 al 42,5%, comportando più di 25 miliardi di entrate aggiuntive.
Se il governo avesse voluto rinunciare alla “tassa da inflazione” avrebbe dovuto indicizzare gli scaglioni dell’Irpef, la principale imposta progressiva. Poteva seguire I’ esempio di Austria, Belgio, Germania, Francia, Olanda, Slovacchia e degli Stati Uniti che attuano variazioni automatiche degli scaglioni delle imposte sul reddito personale per neutralizzare gli effetti del drenaggio fiscale, oppure anche solo di paesi che hanno proceduto ad aggiustamenti parziali e discrezionali delle aliquote (Estonia, Spagna, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Portogallo e Slovenia). Invece il nostro governo non ha fatto niente di tutto questo, salvo poi intervenire in ritardo presentando una parziale restituzione del drenaggio fiscale come un vero e proprio taglio delle tasse, contando sul fatto che molti nostri concittadini non fossero consapevoli del fiscal drag.
I margini per una vera riforma fiscale
Dobbiamo allora rassegnarci ad essere mal tassati? Una riforma fiscale è davvero impossibile? Lo era per un governo, come quello Draghi, retto su una coalizione talmente ampia da offrire rappresentanza a tutti i gruppi di interesse che potevano sulla carta essere penalizzati da una razionalizzazione delle tasse. Non è, invece, missione impossibile per un governo con le idee sufficientemente chiare in proposito da poter procedere senza mettere di mezzo l’ennesima commissione di esperti e in grado di crearsi fin dall’inizio della legislatura spazio fiscale per intervenire.
L’esempio del governo Meloni ci dice infatti che è possibile intervenire sul nostro sistema fiscale quando si hanno a disposizione risorse aggiuntive. Nel caso dell’attuale esecutivo, è stato possibile grazie alla tassa occulta da inflazione. I governi che seguiranno non avranno, speriamo, questa possibilità e se l’avranno, in caso di recrudescenza dell’inflazione, speriamo che non vogliano speculare con la tassa occulta sulle scarse conoscenze economiche degli italiani.
Ci possono essere modi equi e non truffaldini per raccogliere risorse aggiuntive per tagli selettivi delle imposte che razionalizzino il nostro sistema fiscale.
Il primo è dato dalla lotta all’evasione, tornata a salire nonostante il Pnrr ne prevedesse una forte riduzione. La nostra presidente del Consiglio non perde occasione per sostenere che bisogna colpire i grandi e non i piccoli evasori. Ma in Italia, come nel mondo, il grosso delle somme sottratte al fisco è dato dal mancato o parziale pagamento delle tasse da parte di tanti piccoli evasori. Sono talmente piccoli da rendere i controlli ben poco convenienti. Non vale la pena di mandare Aldo Fabrizi a controllare Totò perché la somma che potrà eventualmente recuperare sarà comunque inferiore al costo dell’ispezione fiscale. Bene allora agire, anziché sui controlli, sugli incentivi a dichiarare correttamente i propri redditi, giovandosi delle maggiori informazioni oggi disponibili sul comportamento dei contribuenti e delle tecniche più sofisticate che abbiamo per analizzarle, capitalizzando sull’esperienza accumulata con gli studi di settore.
L’altra strada è quella di intervenire sulla ricchezza e non più solo – o quasi – sui redditi da lavoro. La ricchezza degli italiani è diminuita negli ultimi trent’anni, dato che abbiamo praticamente smesso di crescere. Al tempo stesso, sono aumentate le distanze fra ricchi e poveri e si è ridotta la mobilità sociale, le opportunità che offriamo a chi è povero di migliorare la propria condizione. Per ridurre queste disuguaglianze senza rinunciare a diventare tutti più ricchi, occorre ridurre l’imposizione sul lavoro e aumentare quella sul capitale. Oggi, infatti, il capitale è tassato meno del lavoro e spesso in modo non progressivo, mentre le persone più povere hanno quasi esclusivamente redditi da lavoro, e quelle più ricche percepiscono soprattutto redditi da capitale. Il risultato è che questi ultimi finiscono spesso per essere tassati complessivamente meno degli altri, in proporzione al proprio reddito.
Il problema nel tassare i capitali è che scappano all’estero non appena si aumenta il prelievo. Coi tempi che corrono, le speranze di un efficace accordo internazionale sulla tassazione dei capitali sono vicine allo zero. Quello che si può fare è tassare di più le meno mobili grandi eredità (stiamo parlando di successioni del valore di decine di milioni), per lo più accumulate nell’arco di decenni di basse tasse sui capitali, e utilizzare le somme così ottenute per abbassare le tasse sul lavoro. Come mostra il grafico del mese, l’Italia oggi raccoglie lo 0,05% del Pil con le imposte su eredità e donazioni, tra i livelli più bassi in Europa. Potremmo porci l’obiettivo di arrivare almeno allo 0,5% del prodotto interno lordo con queste imposte. Quei 12 miliardi potrebbero essere utilizzati per cominciare a ridurre per davvero le imposte sul lavoro. Poi, si può e si deve aggiornare il catasto, ma per una questione di equità più ancora che per fare cassa. Non si vede infatti perché due persone che hanno immobili con la stessa rendita catastale ma diverso valore di mercato debbano pagare le stesse imposte.
Voi direte che è poco, ma poco è meglio di niente ed è sicuramente meglio dello spaventare tutti con vaghe quanto minacciose proposte di patrimoniali.
P.S. Il prossimo numero di eco, in edicola dal 21 febbraio, sarà sulle banche.