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Quando il disordine regna sovrano

In appena quindici mesi Trump ha scavato un solco profondo con gli alleati storici. All’interno ha scardinato il sistema di bilanciamento dei poteri. All’esterno ha minato alla base il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali internazionali. Per non finire nel “menù imperiale” evocato a Davos dal primo ministro canadese, le medie potenze hanno una sola strada: progettare nuovi equilibri e nuove forme di coordinamento a livello planetario nella gestione delle risorse comuni e dei conflitti. L’Europa è il candidato naturale alla leadership di questo processo. Perché è l’unico vero esempio di multilateralismo e perché ha già dato prova di saper affrontare grandi problemi in modo coordinato. E in un periodo in cui la sicurezza torna a essere una priorità, il suo welfare state può rivelarsi una risorsa strategica.

 

C’è una immagine emblematica dell’eredità che Donald Trump sta lasciando al pianeta. È l’enorme buco scavato nei giardini della Casa Bianca per i lavori di costruzione della «sala da ballo più bella del mondo». Come prevedibile, un giudice ha bloccato i lavori perché il presidente degli Stati Uniti, non essendo un faraone, non aveva l’autorità per distruggere e sostituire intere sezioni del palazzo presidenziale. Trump, nelle parole del giudice, è solo il custode, non il proprietario, della Casa Bianca. I cantieri sono ora bloccati e il buco colossale destinato a rimanere a lungo. Come nella migliore tradizione dei partiti populisti, si lasciano grandi buchi e si è incapaci di ricostruire.

Nei quindici mesi della sua seconda presidenza, “the Donald” ha scavato una nuova fossa delle Marianne, questa volta nell’Oceano Atlantico, scagliandosi ripetutamente contro l’Europa, storico alleato del suo paese. Ha aperto crepacci ancora più profondi di quelli generati dal riscaldamento globale (da lui negato) nei ghiacciai della Groenlandia. Ha minato alla base la pur fragile architettura delle istituzioni multilaterali internazionali privandola di risorse essenziali, come ci mostra il grafico del mese. Ha ridotto il diritto internazionale a un groviera. Ha mutilato coi suoi editti presidenziali le istituzioni di bilanciamento dei poteri, cardine delle nostre democrazie. Ha trasformato la frustrazione dei Maga per la fine del regime monopolare, il dominio incontrastato degli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino, in cieca aggressività, in esibizione improvvisata della propria forza militare.

Il multilateralismo è mai esistito?

In questo numero di eco riecheggia il discorso pronunciato da Mark Carney, primo ministro canadese, al forum di Davos. Al suo centro la presa d’atto che l’ordine liberale internazionale, con un mondo governato da regole condivise, vincolanti per tutti, dai più deboli ai più forti, è morto. È stato, in effetti, un discorso importante e di un coraggio inusuale per un leader in carica.

Ma il mondo prima di Trump era davvero governato da regole comuni? Ed è mai davvero esistito il multilateralismo che molti rimpiangono? Perché un sistema di regole condivise stia in piedi è necessario che ci siano arbitri in grado di monitorarne l’attuazione e sanzioni per chi le viola. Di arbitri ne abbiamo avuti, ma spesso sulla carta e sfiduciati alla bisogna. Ad esempio, come documentiamo, l’organo d’appello dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) è stato bloccato dagli Stati Uniti ancora prima della presidenza Trump. Quanto alle sanzioni, l’unico organo in grado di autorizzarne di vincolanti, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è stato sistematicamente paralizzato dal potere di veto dei suoi cinque membri permanenti – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina. Le sanzioni sono così state applicate solo ai “perdenti geopolitici”, dai processi di Norimberga e Tokyo ai tribunali istituiti sui crimini di guerra della ex-Jugoslavia o per il genocidio in Ruanda. Violazioni anche molto gravi del diritto internazionale, come gli interventi americani in Vietnam o in Iraq e quelli russi in Afghanistan e Siria, non sono mai state punite con sanzioni.

Il voltafaccia degli Stati Uniti

La vera novità degli ultimi due anni è che gli Stati Uniti, l’egemone che aveva costruito e garantito l’ordine del dopoguerra, ha deciso di smantellarlo. Ci troviamo di fronte non a un sistema che si evolve, ma a uno che viene deliberatamente distrutto da chi lo aveva costruito. E non si tratta più, come in amministrazioni precedenti, di violazioni consapevoli fatte con la mano sinistra, che non mettevano in discussione l’impianto complessivo del sistema. Donald Trump ha impugnato l’ascia. La forza dell’egemone, da strumento volto a consolidare coalizioni tra paesi con obiettivi comuni, si è trasformata in mezzo di coercizione, abuso della forza per imporre penalità ai partner, inclusi gli alleati storici.

L’illusione dell’autosufficienza

Se non possiamo (e forse non vogliamo) tornare indietro, non è neanche possibile pensare di proteggerci dagli shock globali chiudendoci nei nostri confini e puntando sull’autosufficienza, a partire da quella energetica. Ne abbiamo avuto una dimostrazione dopo l’attacco congiunto di Washington e Tel Aviv all’Iran. Il prezzo dei carburanti è aumentato proporzionalmente di più oltreoceano che in Europa nonostante il fatto che gli Stati Uniti siano esportatori netti di petrolio.

Il fatto è che petrolio, gas naturale e molti prodotti chimici, dall’elio ai fertilizzanti, sono scambiati in un mercato globale dove i produttori ovunque siano localizzati si rivolgono al miglior compratore e chi è stato maggiormente danneggiato dalla chiusura dello stretto di Hormuz – come Cina, India, Corea del Sud e Giappone – si indirizza per soddisfare la domanda interna ad altri mercati rendendo l’approvvigionamento di risorse petrolifere un problema globale.

L’autosufficienza è un’illusione anche alla luce del fatto che i flussi di informazione vitali per il funzionamento delle nostre economie non possono venire controllati da un paese isolato. Documentiamo come il 95% del traffico internet globale transita per cavi sottomarini vulnerabili, mentre l’80% della capacità satellitare mondiale è controllata da SpaceX.

Le medie potenze

Bisogna perciò progettare nuovi equilibri, nuove forme di coordinamento a livello planetario nella gestione di risorse comuni e dei conflitti. La storia conosce precedenti in cui, pur in presenza di un indebolimento dell’egemone, l’ordine è stato mantenuto grazie alla collaborazione tra potenze minori: il Gold Standard nella sua fase finale, il sistema del Gold Pool negli anni Sessanta, la risposta coordinata alla crisi finanziaria del 2008 con la nascita del G20. La lezione è che le coalizioni sono possibili, purché abbastanza ampie, stabili e capaci di resistere alle ritorsioni dell’egemone – che oggi in settori cruciali come la difesa e la finanza mantiene ancora una posizione dominante.

Le medie potenze – l’Unione europea, il Canada, il Giappone, l’India, il Brasile, l’Australia e molte altre ancora – non sono perciò impotenti, non sono ancora diventate una portata del menù imperiale evocato da Carney. Il sistema di sfere di influenza e collusione tra grandi predatori – America, Cina, Russia – che si dividono il mondo e divorano i più deboli non si è ancora materializzato.

Una coalizione informale si è già delineata: salvo rarissime eccezioni, tutti i paesi al di fuori degli Stati Uniti hanno continuato a operare all’interno del sistema delle regole, senza aumentare i dazi. Gli accordi commerciali tra Ue e Mercosur, Ue e India, Ue e Australia segnalano una direzione. Il Mpia (Multi-Party Interim Appeal Arbitration Arrangement), il meccanismo di arbitrato alternativo per le controversie commerciali, dimostra che è possibile costruire istituzioni funzionanti anche senza Washington.

Queste coalizioni possono anche espandersi verso geometrie variabili, come equilibri di convenienze reciproche, coinvolgendo di volta in volta qualche peso massimo. Sul digitale, come documentiamo, gli Stati Uniti difendono le regole dell’Omc per proteggere i giganti tech della Silicon Valley, mentre la Cina spinge per la “sovranità digitale”. Sul manifatturiero avviene esattamente il contrario con Washington che calpesta le regole utilizzando i dazi come strumenti di pressione geopolitica e Pechino che difende il libero commercio. Questi conflitti possono anche aprire nuove opportunità a chi si tiene fuori dalla mischia. Nel caso strategico dei semiconduttori, mostriamo come le restrizioni americane all’export verso la Cina abbiano certo ridotto le esportazioni di chip dagli Usa, ma abbiano anche aumentato del 139% le esportazioni europee di macchinari verso Pechino – un aiuto ai concorrenti che Washington non aveva previsto.

L’Europa

L’Europa è il candidato naturale alla leadership di questo processo – non perché sia la più potente, ma perché rimane forse l’unico esempio di multilateralismo effettivo. È oggi paralizzata nei suoi processi decisionali dal principio dell’unanimità. Eppure, come ricordiamo, ha costruito non solo il mercato unico, ma anche strumenti normativi digitali che nessun singolo stato potrebbe vantare, ha gestito in modo coordinato la crisi del Covid, ha tenuto in piedi la transizione verde (per la prima volta nel 2025 in Europa la quota di energia elettrica generata con solare ed eolico è stata superiore a quella generata con carbone, gas o altri fossili), ha concordato un aumento storico della spesa per la difesa.

I governi nazionali europei, compreso il nostro, hanno spesso utilizzato la politica estera come diversivo, come strumento per parlare di qualcosa d’altro di fronte alle difficoltà incontrate a livello nazionale. È lo stesso stratagemma di Richard Nixon, volato in Cina all’indomani dello scoppio dello scandalo Watergate. Questi diversivi sottraggono energie vitali a ciò che i governi nazionali possono davvero fare, come migliorare i sistemi sanitari, il funzionamento del mercato del lavoro, i trasferimenti sociali. E tolgono legittimità a chi opera sulla scala minima necessaria per poter incidere sugli equilibri globali. La parola isolata dei singoli leader europei oggi non conta quasi nulla, se non addirittura nulla. E toglie peso a chi potrebbe invece contare.

Governi nazionali che fossero concentrati sulle cose che possono davvero fare e che delegassero alle istituzioni pan-europee la politica estera e la difesa, dunque l’utilizzo della diplomazia e della deterrenza militare nel tutelare la pace e nel contenere i nuovi imperialismi nati in giro per il mondo, potrebbero indirettamente sostenere un nuovo protagonismo dell’Europa su scala globale. Un tratto distintivo dell’identità europea è il welfare state. In un contesto in cui la sicurezza esterna torna a essere una priorità, le politiche sociali possono rappresentare una risorsa strategica. Uno stato sociale che funziona genera fiducia interna, legittimità politica, coesione civile – tutte condizioni necessarie anche per costruire una difesa credibile e per esercitare influenza verso l’esterno.

 

P.S. Il prossimo numero di eco, in edicola dal 16 maggio, sarà sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle nuove guerre.

 

Disordine mondiale
4/2026
Disordine mondiale

Nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti, l’Europa può guidare un’alleanza di medie potenze

 

Trump, come tutti i populisti, sa solo distruggere, non ricostruire. In soli quindici mesi ha aperto una frattura con gli alleati storici, avviato nuove guerre, smantellato l’ordine mondiale e mutilato la democrazia negli Stati Uniti. Per evitare di finire nel “menù imperiale” evocato a Davos dal premier canadese, le medie potenze devono costruire nuovi equilibri e forme di cooperazione globale nella gestione di risorse e conflitti. L’Europa è il candidato naturale a guidare questo processo. Esempio di vero multilateralismo, ha già dimostrato capacità di azione coordinata. In una fase in cui la sicurezza esterna torna centrale, anche il suo sistema di sicurezza sociale può diventare una risorsa strategica.

 

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