In uno scenario internazionale sempre più frammentato e instabile, maggiori investimenti per la difesa europea appaiono inevitabili. Altrettanto inevitabili sono le loro conseguenze: l’aumento delle risorse per la difesa comporta una diminuzione di quelle a disposizione per uso civile. Conviene dunque evitare sprechi e duplicazioni, affidandoci a un’unica regia europea e non a incrementi di spesa militare dei singoli stati Ue. Con guerre sempre più lunghe, a seguito di innovazioni tecnologiche che premiano chi difende rispetto a chi attacca, avere un’economia in salute diventa un’arma vincente.
Oggi come cittadini europei ci sentiamo più che mai vulnerabili e indifesi. Viviamo con angoscia l’interminabile guerra alle nostre frontiere orientali e, spostando lo sguardo più a Sud, osserviamo un Medio Oriente in fiamme, migliaia di vittime civili, mentre riceviamo persone che fuggono da altri 53 conflitti sparsi in giro per il mondo. Assistiamo impotenti al declino dell’impero americano, la più grande potenza militare del pianeta che, sempre più ostile e rivendicativa nei confronti dei suoi tradizionali alleati, abdica al ruolo di guardiano del mondo. Ci siamo resi conto, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che l’arma delle sanzioni economiche è sempre meno efficace: non è servita a frenare le aspirazioni sanguinarie di Putin. Anche lo strumento oggi più potente di pressione economica, quello legato all’accesso al sistema dei pagamenti internazionali, si rivela molto più fragile di quanto si pensasse. Molti paesi emergenti si stanno infatti dotando di propri sistemi di pagamento e servizi finanziari e questo di per sé riduce il potere di condizionamento di chi, come gli Stati Uniti e l’Europa, ne hanno oggi il monopolio.
L’Europa quindi non sembra avere più scelta: deve imparare a difendersi, anche militarmente, da sola e più che in passato. Nessuno sa quanto costi procedere in questa direzione. Secondo il piano di riarmo della Commissione europea, occorrerebbero circa 800 miliardi di euro da qui al 2030. È una cifra enorme, di 100 miliardi superiore alle somme stanziate per Next Generation EU. Ricordiamoci che quei fondi erano destinati a sostenere la ripresa e la resilienza dell’insieme dell’economia europea dopo la crisi devastante dovuta alla pandemia da Covid. Oggi ci si propone di spendere di più e solo per l’industria militare. Speriamo che, almeno questa volta, non si sia deciso quante risorse mobilizzare prima ancora di stabilire come utilizzarle. In ogni caso, se questa è la scelta, come trovare le risorse per farlo? A quali altre spese rinunciare?
Più armi o più spesa sociale?
Sgombriamo subito il campo da facili illusioni. Tanti politici e commentatori autorevoli si sono convertiti sulla via di Damasco alla causa della spesa militare. Nel farlo, sostengono che è una spesa “buona”, che aumenta il Pil e dà slancio all’economia. Non ci sarebbe perciò quel trade-off, quell’alternativa fra spesa militare e spesa per uso civile, fra spesa per missili e spesa sociale che si studia in una delle prime lezioni di economia. Quel vincolo di risorse che spingeva Dwight Eisenhower, generale e presidente degli Stati Uniti, a dichiarare che «ogni pistola prodotta è una rapina» perché toglie soldi alle scuole, all’assistenza sociale, alla tutela della salute. I motivi per cui oggi la spesa militare non dovrebbe invece essere a detrimento di quella civile non sono sempre chiari ma, schematicamente, c’è chi sostiene che ha ricadute tecnologiche e stimola il Pil dal lato dell’offerta, e c’è chi sostiene che l’acquisto di materiale bellico e l’aumento della consistenza degli eserciti ha un effetto di stimolo della domanda. E ovviamente c’è chi sostiene che sono all’opera entrambi gli effetti.
La teoria delle ricadute tecnologiche della spesa per la difesa ha una antica tradizione, ma sin qui nessuna conferma empirica. I suoi proponenti si rifanno a una serie di aneddoti, secondo cui i contratti del Pentagono sarebbero alla base di quasi tutte le maggiori innovazioni degli ultimi decenni, da Internet all’iPhone. Poniamo pure che le commesse militari in paesi come Usa e Israele abbiano avuto ricadute sulla tecnologia civile, anche se di difficile quantificazione. Ma l’Europa non è Israele. L’Europa non è nota per la sua tecnologia militare, se non forse in alcuni prodotti di nicchia. Pur ammettendo di spendere mezzo punto di Pil in più all’anno sul settore della difesa (una cifra enorme), è irrealistico pensare che improvvisamente si trasformi in un volano tecnologico per l’intera economia civile. Ci sarà qualche ricaduta qua e là, ma se la giustificazione è il progresso tecnologico nel settore civile, allora meglio investire direttamente in ricerca e sviluppo in campo civile piuttosto che attendersi ricadute, realisticamente modeste e sicuramente aleatorie, dal settore militare.
Anche il secondo meccanismo addotto per giustificare una maggiore spesa per la difesa non è convincente. Acquisti più consistenti di materiale militare da parte dello stato ed espansione dell’arruolamento sono sicuramente un incremento della spesa pubblica. Ma lo è anche l’acquisto di materiale ospedaliero, la manutenzione delle strade, l’aumento degli stipendi degli insegnanti delle scuole o degli assegni alle famiglie indigenti. L’elenco potrebbe continuare. Se la giustificazione per la maggiore spesa militare è che ha effetti espansivi, vi sono miriadi di possibili alternative anch’esse con effetti di questo tipo e potenzialmente più desiderabili, da tanti punti di vista. Tanto più che in questo caso l’evidenza econometrica non è tanto benevola riguardo agli effetti espansivi della spesa per la difesa.
Come minimizzare il costo della difesa
Rassegniamoci perciò: se per ragioni comprensibili oggi occorre spendere più che in passato in difesa, questo non può che avvenire a detrimento della spesa civile. Nell’investire sul settore militare è dunque fondamentale essere il più possibile efficienti, cercando di raggiungere i nostri obiettivi col dispendio minore possibile di risorse pubbliche.
Per fortuna, ci sono modi per spendere meglio in campo militare, ci sono tanti risparmi possibili. A questi dedichiamo molti articoli nel numero di maggio di eco.
Un principio generale innanzitutto: ci vuole un comando unico. Chi si difende ha bisogno di un comando centralizzato molto di più di chi attacca. Impensabile essere efficienti nel respingere eventuali aggressioni con 27 stati al comando. Se alcuni dei membri dell’Unione europea non sono disposti a gestire la difesa a livello comunitario, e ci auguriamo che tra questi non ci sia l’Italia, meglio che coloro che vogliono invece coordinarsi vadano avanti anche da soli. Le duplicazioni sono non solo costose, ma anche dannose sul piano militare. Permettono a un potenziale nemico di scegliere con cura il proprio bersaglio. La reazione degli alleati di chi, posizionato sulla linea di minor resistenza, ha subito l’attacco sarà comunque sempre tardiva.
Essere più efficienti significa anche capitalizzare sull’esperienza di chi in questi anni ha speso di più in campo militare. Come mostriamo nel grafico del mese, sono i paesi più vicini al confine della Russia quelli che hanno sin qui investito di più in difesa. L’Ucraina, per ovvi motivi, ha fatto più di tutti, sviluppando una industria degli armamenti relativamente efficiente. Ha potuto trarre vantaggio dal fatto che le tecnologie più recenti hanno contribuito a rafforzare maggiormente chi si difende rispetto a chi attacca. I droni, ad esempio, rendono molto più difficili gli attacchi a sorpresa, impediscono concentrazioni di forze pronte all’offensiva. Perché allora non aiutare Kiev a rendere ancora più efficiente la propria industria militare? Questo ci permetterebbe di raggiungere un duplice risultato: oggi sostenere il popolo ucraino nella resistenza all’invasione russa e domani permettere un approvvigionamento militare dell’Europa a costi nettamente più bassi e senza ricorrere a forniture da paesi potenzialmente ostili.
Qualche risparmio è raggiungibile anche nel finanziamento di queste spese. Invece di autorizzare i singoli paesi Ue a sforare le regole fiscali europee per aumentare la spesa militare, inducendoli così a una gestione nazionale del riarmo, meglio raccogliere i fondi a livello europeo (tra l’altro utilizzando i rendimenti dei beni sequestrati agli oligarchi russi) e procedere a una gestione coordinata degli acquisti e degli investimenti. L’accesso a finanziamenti in debito meno costosi può essere un forte incentivo al coordinamento della difesa a livello europeo. E centralizzando gli acquisti si possono ottenere condizioni migliori come ci ha ricordato Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, nell’intervista apparsa sul numero di aprile di eco.
La durata delle guerre e la forza militare dell’economia
Il fatto che il progresso tecnologico sia recentemente evoluto più a favore di chi si difende rispetto a chi attacca, ci offre anche il grande vantaggio di poter far valere più che in passato la nostra forza economica. L’Europa, dal Portogallo ai Balcani, dal Regno Unito ai paesi nordici, conta per più di un quinto del Pil mondiale, ha un peso economico comparabile a quello degli Stati Uniti, più alto di quello della Cina, dodici volte superiore a quello della Russia e centinaia di volte superiore a quello dei molti regimi dittatoriali potenzialmente aggressivi sparsi per il mondo. Tecnologie che favoriscono la difesa rispetto all’attacco rendono le guerre più lunghe (si pensi alla Prima Guerra Mondiale e alle sue guerre di trincea che, in quanto alla rapidità con cui si muove la linea del fronte, hanno non pochi elementi in comune con gli scontri nel Donbass). Quando le guerre durano di più, la forza economica diventa sempre più decisiva. Vince chi resiste più a lungo e per resistere a lungo ci vogliono economie forti, resilienti. La forza economica diventa così più importante della potenza militare. Irrobustire le nostre economie in un mondo sempre più frammentato è perciò diventato un fattore sempre più strategico, anche per la difesa delle nostre frontiere. Bene ricordarselo nel rafforzare l’economia europea. Al tema dedicheremo il prossimo numero di eco.
Il referendum sulla cittadinanza
Fin dal suo primo numero, eco ha dedicato molta attenzione ai temi dell’immigrazione. Siamo convinti che il confronto pubblico sulla questione non debba essere monopolizzato da chi ha costruito le proprie fortune elettorali sulle paure, spesso irrazionali, di molti e sulle difficoltà dei nuovi arrivati nel processo di integrazione. Il referendum dell’8-9 giugno sulla legge sulla cittadinanza propone l’abrogazione dell’attuale requisito di dieci anni di residenza, riportandolo a cinque anni, così come previsto dalla legge in vigore in Italia fino al 1992 e dalle normative di molti stati europei. Le norme sulla naturalizzazione italiane sono state concepite per un paese di emigrazione anziché di immigrazione e richiederebbero riforme più complesse di quelle che possono essere varate con lo strumento del referendum. Ma una vittoria del “sì” sarebbe molto importante per assicurare una più rapida integrazione economica, sociale e culturale di chi è già da noi. E renderebbe più facili riforme che stimolino ancor di più chi arriva a integrarsi, a imparare la nostra lingua, a capire la nostra cultura, a pagare le nostre pensioni, a non cadere tra le braccia della criminalità. Naturalizzazione vuol dire uno stimolo potente a tutto questo, come torniamo a documentare nelle pagine che seguono. Per questo invitiamo i nostri lettori a esprimere nelle urne un convinto “sì” al quesito referendario che si propone di dimezzare il periodo di residenza richiesto agli stranieri extracomunitari per ottenere la cittadinanza italiana.
P.S. Il prossimo numero sarà nelle edicole il 14 giugno e sarà sulla riscossa europea.