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Tra l’incudine e il martello

L’Europa, con la sua indipendenza dai blocchi contrapposti, può diventare oggi un punto di riferimento a livello mondiale. Per svolgere questo suo nuovo ruolo, deve però rafforzarsi e intensificare il processo di integrazione. Per queste ragioni, non può permettersi un ulteriore allargamento a Est prima di aver rivisto le regole decisionali che danno a ogni singolo stato membro la possibilità di esercitare il potere di veto. Nel quarantesimo anniversario dell’accordo di Schengen, le istituzioni europee dovrebbero introdurre un codice di sicurezza sociale comune europeo importante per rafforzare quell’identità europea che per molti giovani è già una realtà.

 

L’Europa si trova oggi tra l’incudine e il martello. Rischia di essere schiacciata economicamente, politicamente e militarmente in un mondo diventato sempre più un’arena in cui competono grandi autocrazie che cercano di espandere le proprie zone di influenza, se non i propri confini territoriali. Ma talvolta non essere né incudine, né martello può essere un vantaggio. Si può diventare riferimento per chi non vuole stare né da una parte, né dall’altra della contesa. Non solo il Regno Unito, ma anche stati come Australia, Canada, Giappone e molti paesi emergenti guardano oggi con attenzione a cosa farà l’Europa. E, più in generale, l’esperienza europea può essere fondamentale nel rilancio del multilateralismo nella gestione di risorse comuni.

Accelerare il processo di integrazione europea

Nel numero di eco di maggio abbiamo trattato dei nuovi compiti di autodifesa che gravano sull’agenda europea alla luce della svolta in atto negli Stati Uniti, delle mire espansive di Russia e Cina, dei conflitti in Medio Oriente e del nuovo protagonismo degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita. Sono compiti onerosi, che inevitabilmente avranno contraccolpi sulla crescita economica del Vecchio Continente e toglieranno dai bilanci pubblici risorse importanti altrimenti destinate a uso civile.

In questo numero ci occupiamo delle opportunità che il nuovo stato di cose comporta per l’Europa, dal potenziale ruolo dell’euro come moneta di riserva mondiale al ritorno dei cervelli, dal rientro del Regno Unito nell’Unione europea alla nuova identità europea costruita attraverso la libera circolazione delle persone. Per cogliere queste opportunità ci vorrà però una brusca accelerazione del processo di integrazione europea, che sarebbe più verosimile se non si procedesse verso un ulteriore allargamento a Est dell’Unione, prima che la regola dell’unanimità in molte decisioni cruciali venga abbandonata a favore di scelte a maggioranza. Preoccupa l’atteggiamento passivo, se non scettico, del governo italiano in questo processo, perché la sua spinta sarebbe oggi fondamentale. Conforta invece il fatto che, come documentiamo nel grafico del mese, l’opinione pubblica in Europa è sempre più favorevole all’avanzamento del processo di integrazione.

L’euro può soppiantare il dollaro?

Per decenni il dollaro ha svolto la funzione di “banca” o “assicuratore” del mondo. Gli investitori sparsi nel globo compravano titoli di stato americani finanziando non solo il debito pubblico americano, ma anche i crescenti disavanzi commerciali degli Stati Uniti verso molti paesi. Ciò che muoveva la mano degli investitori era la convinzione che il dollaro li avrebbe protetti dalle turbolenze dell’economia mondiale, essendo una moneta meno soggetta a volatilità di altre. Col dollaro compravano titoli di stato che erano relativamente privi di rischio, erano un “safe asset”.

In pochi mesi, con la presidenza Trump, le cose sono cambiate radicalmente. Il presidente Usa ha usato i dazi e il dollaro come strumento di pressione politica. Gli investitori mondiali hanno cominciato a vendere i Treasury e il dollaro si è indebolito. E c’è oggi il rischio concreto che anche negli Stati Uniti si mettano in moto circoli viziosi in cui gli investitori, che temono un possibile default o un’impennata futura dell’inflazione, inneschino vendite massicce dei titoli di stato statunitensi facendo salire ancora di più i costi del debito, fino a renderlo insostenibile. È una dinamica che noi conosciamo bene avendola vissuta nella crisi del 2011.

Il mondo rischia così di ritrovarsi senza “safe asset” e questo aumenta il rischio di crisi finanziarie globali. Viene perciò da chiedersi se l’Unione europea, con la sua moneta unica, può sostituire gli Stati Uniti e il dollaro nella funzione di banca e assicurazione mondiale. Oggi l’euro conta per circa un terzo del peso del dollaro nelle riserve valutarie mondiali. Contava di più prima della crisi del debito pubblico in Europa. Adesso sta riconquistando lentamente terreno. Ci vorrà del tempo perché è facile perdere credibilità, mentre è molto più difficile riconquistarla. Per recuperare e rafforzare la fiducia degli investitori bisognerà rafforzare il processo di integrazione, soprattutto sul piano fiscale. L’affidabilità di una moneta è tutt’uno con la sostenibilità del debito pubblico dei paesi che la condividono.

Riusciremo a fare tornare i cervelli?

Quanto sta avvenendo nelle università d’oltreoceano è di una gravità assoluta. Il vero obiettivo dell’amministrazione Trump è cambiarne l’orientamento culturale imponendo la propria ideologia. È un tentativo già avviato ma poi fallito durante la prima presidenza Trump e oggi riproposto con maggiore vigore. Si procede riducendo la libertà di espressione, il free speech, nelle università americane, sotto il ricatto dei tagli dei finanziamenti o prendendo come ostaggi gli studenti stranieri. Viene da pensare a quando Richard Nixon non voleva più finanziare il Mit per le proteste contro la guerra in Vietnam. Del resto il vice-presidente JD Vance ha dichiarato apertamente che «le università sono i nemici».

Gli Stati Uniti sono stati visti per decenni come il polo della libertà accademica, il luogo ideale dove poter fare ricerca a tutti i livelli e in tutti i campi. Innumerevoli generazioni di studenti hanno sognato di andare a studiare negli Stati Uniti e non pochi sono riusciti a realizzare questo obiettivo. Si tratta del capitale umano più mobile del mondo. Molti studenti stanno ora riorientando le loro scelte verso altri paesi. E non pochi scienziati stanno prendendo seriamente in considerazione la possibilità di lasciare gli Stati Uniti. Quando i leader di un campo di ricerca lasciano un paese per un altro, i grandi talenti di quel campo lo seguiranno. L’esperienza europea ce lo insegna. La Germania non si è mai ripresa dalla perdita di capitale umano durante il nazismo.

L’Europa ha il dovere, e non solo per se stessa, di garantire che si possa fare ricerca alla frontiera senza subire condizionamenti e pressioni politiche. In gran parte dell’Europa (non in Ungheria!), per ragioni storiche, la libertà accademica è maggiormente tutelata che negli Stati Uniti. Ma oggi le università europee non sono in grado di offrire le stesse opportunità garantite da quelle americane. Per avvicinarsi agli standard di ricerca prevalenti oltreoceano bisogna concentrare le risorse dove si è in grado di raggiungere livelli di eccellenza. Le nuove sovvenzioni introdotte dallo European Research Council (Erc) per chi porta in Europa progetti di grande rilievo scientifico possono essere messe a frutto per richiamare chi ha ambiziosi progetti di ricerca. Anche gli incentivi fiscali possono funzionare, come documentato dall’esperienza italiana con la detassazione dei redditi per i cervelli che rientrano nel nostro paese. Il regime fiscale favorevole ha portato all’ingresso di oltre 10mila laureati nell’arco di cinque anni: senza quegli incentivi non sarebbero tornati.

Il ritorno del Regno Unito nell’Unione

Il ritorno del Regno Unito nell’Unione europea non è attualmente all’ordine del giorno, ma diversi processi si sono avviati che riavvicinano di fatto, se non formalmente, Londra a Bruxelles. Passi in avanti si stanno facendo nel ridurre le barriere doganali fra Regno Unito e Ue, ad esempio nell’ambito del commercio di beni alimentari o nella fornitura di armamenti all’interno del piano ReArm Europe, con le imprese britanniche che potranno vendere attrezzature militari agli stati membri dell’Unione alle stesse condizioni delle aziende europee. Si sta anche trattando sull’apertura delle frontiere ai giovani che provengono da altri paesi Ue e sul nuovo coinvolgimento del Regno Unito nel programma Erasmus. È qualcosa che può fornire nuove opportunità a giovani in tutta Europa e, al contempo, può servire a soddisfare la fame di lavoratori delle imprese britanniche.

Il ritorno di fatto del Regno Unito nell’Unione aumenta fortemente il suo peso negoziale e può contribuire a portare paesi come il Canada e l’Australia nell’orbita europea di non allineamento ai due blocchi oggi contrapposti, Cina e Stati Uniti. Sarebbe invece un errore in questo momento allargare ulteriormente a Est i confini dell’Unione. È il momento di rafforzare l’integrazione economica e politica dell’Unione, facilitando il governo delle risorse comuni e velocizzando processi decisionali troppo lunghi per i tempi richiesti dall’evoluzione del quadro internazionale. Ci vuole un’Europa più unita perché sia all’altezza dei nuovi compiti che le stanno di fronte e un’Europa più grande rischia di essere un’Europa più diluita nel suo grado di integrazione. Finché rimarrà il potere di veto da parte di un singolo stato perché molte decisioni importanti possono essere prese solo all’unanimità, eventuali nuove adesioni rischiano di paralizzare l’Unione.

Oggi l’unione politica è più necessaria che mai, anche per garantire una difesa comune e sostenere la trasformazione tecnologica. Proprio per questo, non possiamo permetterci di ammettere nell’Ue nuovi paesi che, per di più, presentano regimi politici ed elettorati poco inclini a sostenere una forte Europa unita.

Un codice di sicurezza sociale europeo

Quest’anno ricorrono 40 anni dagli accordi di Schengen che hanno permesso a milioni di persone di attraversare i confini interni dell’Unione dando impulso alla creazione di un mercato unico del lavoro. Di questa libertà hanno beneficiato soprattutto i giovani e i lavoratori che risiedono in prossimità dei confini fra i diversi paesi dell’Unione. Ne hanno beneficiato grandemente anche le imprese nel riuscire a trovare quelle professionalità che sono maggiormente carenti nel loro paese.

Documentiamo come oggi, grazie agli accordi siglati quarant’anni fa, ogni giorno circa 3,5 milioni di persone attraversano le frontiere interne per motivi di lavoro, studio o per visitare familiari e amici; quasi 1,7 milioni risiedono in un paese Schengen ma lavorano in un altro, e ogni anno si registrano circa 1,3 miliardi di viaggi all’interno dello spazio comune.

Questa mobilità del lavoro necessita di essere accompagnata da un rafforzamento del coordinamento delle assicurazioni sociali nazionali a livello europeo. I cittadini dell’Unione che risiedono in uno stato e lavorano in un altro oppure che hanno cambiato lavoro emigrando da un paese all’altro devono poter portare con sé i diritti alle assicurazioni sociali acquisiti. E le amministrazioni della protezione sociale devono essere in grado di monitorare contributi e prestazioni di chi è all’estero anche per scoraggiare abusi, anziché perdere traccia delle persone assicurate non appena varcano i confini. Si tratta di rendere i diritti portabili da un paese all’altro, non di uniformare i sistemi di protezione sociale dei diversi paesi. La naturale evoluzione di Schengen sarebbe proprio l’istituzione di un numero, un codice di sicurezza sociale europeo, come l’US Social Security Number. I problemi tecnici legati alla tutela della privacy sono stati superati. Esistono direttive della Ue che si muovono già in tal senso. La scelta è di natura squisitamente politica a questo stadio. È ora di prenderla. Sarebbe anche un modo di rafforzare il senso di appartenenza a una comunità economica e politica e di permettere soprattutto ai giovani di vedersi riconosciuta quella identità europea fondata sulla presenza di un welfare state cui molti di loro ambiscono.

 

P.S. Il prossimo numero di eco (in edicola dal 12 luglio) sarà sulla congestione nei trasporti.

 

L’occasione europea
6/2025
L’occasione europea

L’Europa più unita può diventare leader dei paesi non allineati, attrarre cervelli da tutto il mondo e rafforzare il ruolo dell’euro

L’Europa, con la sua indipendenza dai blocchi contrapposti, può diventare oggi un punto di riferimento a livello mondiale. Per svolgere questo suo nuovo ruolo, deve però rafforzarsi e intensificare il processo di integrazione. Per queste ragioni, non può permettersi un ulteriore allargamento a Est prima di aver rivisto le regole decisionali che danno a ogni singolo stato membro la possibilità di esercitare il potere di veto. Nel quarantesimo anniversario dell’accordo di Schengen, le istituzioni europee dovrebbero introdurre un codice di sicurezza sociale comune europeo importante per rafforzare quell’identità europea che per molti giovani è già una realtà.

 

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