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Senza luce

La paura di rimanere al buio non appartiene più solo ai bambini. È un rischio reale che incombe su tutti noi, come dimostrano i blackout lunghi e brevi, estesi o circoscritti verificatisi in Europa e il loro lungo corredo di disagi e di danni. Per ridurre questo rischio è fondamentale diversificare le fonti, perché questo permette di supplire ai possibili deficit di una aumentando il ricorso a un’altra. Serve anche una sempre maggiore interconnessione tra le reti elettriche europee. Scelte energetiche e obiettivi climatici sono strettamente legati: sarebbe sbagliato abbandonare quelli che noi europei ci siamo dati sulla decarbonizzazione per seguire il cattivo esempio degli Stati Uniti dell’amministrazione Trump.

 

Molte persone della mia generazione avranno, come me, mosso i primi passi di danza ballando un lento sulle note di “Senza luce”, la versione italiana di “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum. La si ballava a luci soffuse, non certo nell’oscurità. C’era la corrente elettrica tant’è che i dischi in vinile giravano sul piatto. I giovani di oggi hanno gusti musicali diversi ma, che ballino o meno il lento, sono molto più dipendenti dall’elettricità di quanto fossimo noi e corrono un rischio maggiore di rimanere per davvero e per lungo tempo senza luce.

Piccoli blackout che non fanno notizia, ma fanno danni

Non ci riferiamo solo ai blackout macroscopici finiti sui giornali di tutto il mondo, come quello che ha completamente lasciato al buio la penisola iberica il 28 aprile 2025; o quello che a fine giugno – sempre di quest’anno – ha causato lo spegnimento della Tour Eiffel e la chiusura di 1.200 scuole a Parigi; o ancora quello che in Italia, nella notte fra il 27 e il 28 settembre 2003, bloccò tutto, ascensori, lampioni, semafori, compresi gli ospedali e le unità sanitarie che non avevano generatori d’emergenza.

Ci riferiamo piuttosto alle migliaia di episodi di blackout su scala locale che avvengono ogni anno, interessando anche solo un piccolo paese o un quartiere di una città. Non se ne parla, non vengono neanche chiamati blackout ma più prosaicamente “interruzioni non programmate”. Eppure, mettono a rischio vite umane e causano danni ingenti a chi li subisce. Quando avvengono ci accorgiamo di quanto siamo dipendenti dal funzionamento della rete elettrica. Non sono solo le luci a spegnersi, i condizionatori o le caldaie elettriche a cessare di funzionare, frigo e freezer a trasformarsi in contenitori di cibi avariati; sono anche gli impianti wifi e le reti telefoniche locali a smettere di operare, isolandoci dal resto del mondo. Questi blackout mettono in ginocchio le popolazioni coinvolte. Non è un caso che nella guerra in atto ai confini dell’Europa le centrali energetiche siano tra gli obiettivi prioritari e ricorrenti di missili e droni.

Gli eventi che mettono sotto stress il funzionamento della rete elettrica ad alta tensione sono aumentati del 60% negli ultimi dieci anni secondo i dati raccolti dal network europeo di operatori di sistemi di trasmissione elettrica (Entso-e), anche a seguito di eventi climatici estremi. Potrebbero essere minimizzati nella loro frequenza e durata da una rete elettrica efficiente e una appropriata diversificazione delle fonti di energia. Purtroppo, non è il caso della vulnerabile, costosa e congestionata rete elettrica italiana, come documentiamo in questo numero di eco.

Vulnerabilità, integrazione europea e diversificazione

Diffidate dai partigiani assoluti di una fonte energetica! Troppe volte ci è capitato di ascoltare tesi estreme, tra chi sostiene che il nucleare è la nostra salvezza, chi, invece, punta tutto sull’idrogeno, chi ancora preconizza un mondo alimentato solo da fonti rinnovabili e chi vuole tornare al passato fossile. La verità è che ogni fonte energetica ha i suoi vantaggi e i suoi rischi. Che per fortuna non si influenzano l’un l’altro. Ad esempio, la siccità prosciugando i corsi d’acqua e i bacini pregiudica la produzione di energia idroelettrica, ma non l’energia nucleare. La mancanza di vento affossa l’energia di fonte eolica, ma non il solare. Se non si vuole diversificare bisogna operare in regime di eccesso di capacità produttiva: avere più impianti di quanto sarebbe necessario, così da tamponare un potenziale calo di produzione da parte di ciascuno di questi. Ma operare con tanti impianti inutilizzati, lasciati lì per precauzione, è molto costoso. E si potrebbe continuare con gli esempi.

Per tutti questi motivi, la cosa migliore da fare è diversificare la produzione di energia elettrica, in modo tale che, se si manifesta un rischio che pregiudica la sua generazione da una fonte, ce ne sarà sempre un’altra che potrà almeno in parte sopperire alla lacuna. Ci sono poi anche i rischi “positivi”, ad esempio legati a innovazioni tecnologiche che rendono meno costosa una fonte di energia, oppure lo stesso stoccaggio dell’energia elettrica in grandi batterie. Nessuno sa oggi prevedere cosa accadrà al progresso tecnologico in tema energetico. Per tutelarci contro i rischi negativi e beneficiare di quelli positivi è fondamentale diversificare le fonti di energia. È un principio, quello di diversificazione, di cui abbiamo trattato ampiamente nella rubrica “Capire la Finanza” e che vale anche in questo campo.

Anche l’altra strategia per rendersi meno vulnerabili è coerente con un principio che ha trovato ampia ospitalità su queste colonne, al punto da ispirare il titolo di una rubrica (“Sovrani in Europa”). Per ridurre la durata dei blackout è fondamentale, nell’emergenza, poter accedere rapidamente a energia prodotta in altri paesi. Se il 28 aprile Spagna e Portogallo avessero potuto importare un maggior volume di energia dalla Francia, i danni da blackout sarebbero stati molto più contenuti. L’integrazione delle reti elettriche è una componente fondamentale del processo di integrazione europea.

Ma chi decide e per chi?

Gli interventi in campo energetico hanno costi immediati e rendimenti che si materializzano nel corso del tempo, spesso su orizzonti lunghi, molto più lunghi della durata di un governo. E lo stesso discorso vale per il loro impatto ambientale, che si ripercuote ben oltre i confini geografici di chi mette in atto gli interventi.

Per questo autorità sovranazionali, come la Commissione europea, giocano un ruolo chiave nel fissare obiettivi di lungo termine cui ancorare le scelte dei governi nazionali. Questo è il significato degli ambiziosi obiettivi che ci siamo imposti a livello di Unione europea per conciliare efficienza energetica con sostenibilità ambientale: l’azzeramento delle emissioni nette di CO2 e altri gas serra entro il 2050, con obiettivi intermedi di riduzione del 55% entro il 2030 e del 90% entro il 2040.

Ci sono due problemi di fondo con questa strategia a livello europeo.

Il primo è che è difficile pregiudicare l’operato di governi futuri. Il sovranismo predicato dai leader populisti si nutre ampiamente della ribellione, della ostilità contro i vincoli stabiliti a livello europeo da organismi spesso non eletti dai cittadini. È opportuno perciò mantenere clausole che consentano a nuovi governi che volessero modificare i piani sottoscritti da esecutivi precedenti di farlo, rendendo però questi cambiamenti di rotta economicamente e politicamente costosi. Ad esempio, se un nuovo governo decidesse un domani di non rispettare gli obiettivi concordati a livello europeo da un esecutivo precedente, potrà farlo negoziando il cambiamento con gli altri membri dell’Unione e trovando compensazioni per gli stati che si faranno carico del raggiungimento dell’obiettivo al suo posto, magari utilizzando l’Emission Trading System europeo. È un meccanismo con cui si rende possibile la compravendita di quote fra paesi e operatori nazionali del settore. Importante che il meccanismo sia trasparente e facilmente comprensibile dai cittadini.

Il secondo problema è ancora più complesso. Ammesso e non concesso che l’Europa riesca a raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è data, se gli altri grandi attori mondiali, a partire da Cina e Stati Uniti, non fanno altrettanto, non si avranno quei benefici in nome dei quali sono stati fatti tanti sacrifici. C’è, in altre parole, un bisogno assoluto di multilateralismo, di coordinamento tra blocchi e perseguimento del bene comune a livello globale, nelle politiche energetiche. C’è chi sostiene che, dato cosa sta accadendo negli Stati Uniti, l’Europa farebbe bene a ridimensionare i propri obiettivi energetici perché questi verranno comunque vanificati dalla rinuncia di fatto degli Usa a tutelare l’ambiente. È un ragionamento di comodo che permette, ad esempio, a esponenti di peso del governo italiano di prendersela con la burocrazia europea invece di denunciare i voltafaccia degli Stati Uniti. Noi non la pensiamo così: l’Europa è un attore importante a livello globale. Può affrontare vantaggi e rischi del monopolio acquisito dalla Cina nell’industria fotovoltaica decidendo di sfruttare appieno i costi più bassi o di proteggere la produzione interna. Nessun paese dell’Unione, preso singolarmente, ha queste leve decisionali a disposizione. L’Europa può anche diventare punto di riferimento per molti altri paesi, come abbiamo già avuto modo di sottolineare in altri numeri di eco. È un esempio di multilateralismo per tutto il mondo, compresi i futuri governi degli Stati Uniti. Dal successo dell’Unione nel perseguire i suoi ambiziosi obiettivi energetici e ambientali dipende anche il futuro del multilateralismo, che rappresenta la vera salvezza per l’umanità.

 

P.S. Il prossimo numero di eco sarà in edicola il 20 settembre e tratterà di economia di guerra.

P.P.S. Chi contravviene palesemente al principio di diversifica zione sono sorprendentemente coloro che dovrebbero farne il proprio Vangelo. Ci riferiamo alle casse previdenziali degli agenti e rappresentanti di commercio, dei medici e degli avvocati che hanno concentrato i loro investimenti su Mediobanca per assecondare un disegno di potere. Grave che su questa bassa finanza e sul rischio cui vengono esposti i risparmi di migliaia di professionisti i media siano silenti, nonostante la stessa Procura di Milano abbia aperto un’indagine a riguardo. Non è il caso di eco.

P.P.P.S. Nell’editoriale del numero di luglio abbiamo scritto che «al particolato fine emesso dal traffico stradale sono attribuite quasi un decimo delle morti registrate in un anno». Si tratta di una sovrastima di cui vogliamo scusarci con i lettori: le morti attribuite al particolato fine sono circa il 6,7% dei decessi totali e quelle del PM2,5 relativo al traffico stradale sono quindi una frazione di questo 6,7%.

 

Resteremo al buio?
8/2025
Resteremo al buio?

Perché l’elettricità costa così tanto in Italia e cosa fare per ridurre i blackout, in attesa delle grandi batterie per lo stoccaggio di energia

 

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