Di lavoro povero si discute molto, ma non vengono varati provvedimenti per affrontarlo. Anzi, il governo Meloni si oppone all’introduzione del salario minimo e il suo provvedimento di politica economica più rilevante è stato la cancellazione del sostegno alle persone in età lavorativa senza familiari a carico. Intanto, il ritorno dell’inflazione ha impoverito i lavoratori. Ridare valore al lavoro è indispensabile in un paese in declino demografico. In questo numero proponiamo alcune misure che consentono di farlo.
Fin dal primo numero di eco, in edicola un anno e mezzo fa, abbiamo cercato di porre al centro dell’attenzione e dell’agenda del governo e delle forze sociali il tema del lavoro povero e di quello impoverito. Siamo riusciti nella prima parte del nostro intento, ma non nella seconda. Oggi la questione salariale è in primo piano nel confronto pubblico, viene trattata in molti articoli di giornale e trasmissioni radiofoniche e televisive. Tuttavia, nulla è stato fatto in questi mesi per affrontare il problema. Né ci risulta siano imminenti provvedimenti a riguardo. Per questo ci sentiamo in dovere di tornare sul tema con nuove analisi e proposte.
Il lavoro povero
Il più rilevante provvedimento di politica economica varato dal governo Meloni nei suoi primi tre anni di vita è stata l’abolizione del Reddito di cittadinanza. Le persone in età lavorativa (tra i 18 e i 59 anni) e senza figli minori o disabili o persone con più di 60 anni in casa sono state private di un qualsiasi sostegno sociale di lungo periodo. Si trattava, secondo Giorgia Meloni di «persone occupabili», cui poteva solo essere offerto un sostegno temporaneo e condizionato all’attivazione nella ricerca di lavoro, poiché «il lavoro è l’unico modo di combattere la povertà». Purtroppo, i dati non sembrano confermare questa tesi.
Spesso il lavoro in quanto tale non permette affatto di uscire dalla povertà. Quasi il 10% dei lavoratori dipendenti (il 15% degli operai) e più del 5% dei lavoratori autonomi in Italia è povera nel senso che il reddito medio della famiglia cui appartengono è al di sotto della linea della povertà. In altre parole, non possono permettersi la spesa minima necessaria per beni essenziali. La percentuale di working poor è aumentata del 10% dal 2021 al 2024 tra i lavoratori dipendenti. La percentuale di chi è a rischio di povertà tra i 20 e i 29 anni e lavora è cresciuta del 50% negli ultimi tre anni. Le comparazioni internazionali vengono in genere svolte facendo riferimento alle persone che, pur lavorando, hanno un reddito inferiore al 60% rispetto a quello del lavoratore con reddito mediano, che ha un 50% della popolazione più povero di lui e un altro 50% più ricco. Come documentiamo, anche in questa definizione di lavoro povero siamo messi male. L’Italia è sopra la media della Ue in quanto a povertà relativa tra chi lavora e la sua quota di lavoratori poveri è in aumento.
E poi definire “occupabili” le persone in base alle caratteristiche del loro nucleo famigliare è un unicum, e per buone ragioni, nel panorama planetario delle misure contro la povertà. Primo, chi ha figli minori è più che occupabile: ha bisogno di lavorare per mantenere la propria famiglia. Secondo, tra chi ha tra i 18 e i 59 anni e non ha familiari alle dipendenze in casa, sono molti coloro che non lavorano, pur non avendo redditi o patrimoni elevati, per il semplice motivo che hanno problemi relazionali, psicologici o mentali che li allontanano dal lavoro: sono problemi che raramente vengono certificati perché si vuole evitare lo stigma. Del resto, l’Italia ha un triste primato nei cosiddetti Neet, i giovani che non lavorano e che al tempo stesso non sono coinvolti in processi formativi e, fra di loro, non pochi sono persone con disagi di natura psicologica e mentale. Terzo, permettere di accedere alle misure contro la povertà solo a chi ha in casa persone con più di 60 anni spinge i giovani a rinunciare ai progetti di costruirsi una famiglia e fare figli (cosa che richiede tempo), continuando invece a convivere coi loro genitori.
Il lavoro impoverito
Dall’agosto del 2021 in tutto il mondo c’è stata una recrudescenza dell’inflazione, un fenomeno cui non eravamo più abituati dagli anni Ottanta. I prezzi dei beni di consumo in Italia sono aumentati nel volgere di quattro anni del 17%, quelli del cosiddetto “carrello della spesa” (i beni maggiormente appannaggio di chi ha redditi più bassi) sono aumentati del 24%. A differenza che in altri paesi, i salari in Italia non sono riusciti a tenere il passo dell’inflazione, non hanno recuperato il potere d’acquisto perso con l’aumento dei prezzi. Oggi, i salari medi reali (misurati in termini di potere d’acquisto) sono quasi del 10% al di sotto dei livelli del 2021. I lavoratori italiani si sono impoveriti.
Cosa fare per ridare valore al lavoro
Un paese in declino demografico, che perde quasi mezzo milione di cittadini in età lavorativa ogni anno, dovrebbe porsi l’obiettivo imprescindibile di sostenere i redditi da lavoro perché questo serve a incoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro, quindi a contenere il calo del numero di coloro che generano reddito.
Si sostiene spesso che il problema del lavoro povero sia un problema di bassa produttività, che può essere affrontato solo con misure favorevoli alla crescita. Ma sostenere i redditi da lavoro non è affatto incompatibile col favorire la crescita della produttività. Tutto sta nel modo con cui si difende il potere d’acquisto dei salari. Inoltre il ragionamento per cui i salari possono aumentare solo con la produttività si basa sull’idea da libro di testo che il salario sia pari alla produttività (marginale), cioè al valore di ciò che il lavoratore produce. Ma qui stiamo parlando delle retribuzioni più basse: a quei livelli retributivi ci sono mille motivi per cui il lavoratore può essere pagato molto meno del valore di ciò che produce, a partire dal basso potere contrattuale che ha nei confronti del suo datore di lavoro. Le misure di cui trattiamo in questo numero di eco e che riassumiamo brevemente qui sotto servono proprio a contrastare l’eccessivo potere contrattuale che hanno i datori di lavoro in questi casi.
1. Il salario minimo
Quasi tutti i paesi Ocse (Stati Uniti e Regno Unito compresi) hanno un salario minimo che serve a impedire che i lavoratori con scarso potere contrattuale vengano remunerati a stipendi da fame. Il governo Meloni si ostina a opporsi all’introduzione di una misura di questo tipo in Italia sostenendo che quasi il 100% dei lavoratori italiani è coperto dalla contrattazione collettiva e quindi sarebbero già in vigore i minimi fissati da quest’ultima. In altre parole, un salario minimo c’è già nei fatti. Ma il salario minimo è uno strumento che si rivolge a fasce marginali, relativamente piccole della forza lavoro. In molti paesi non interessa più del 2-3% dell’occupazione. Quindi il fatto che quasi tutti i lavoratori siano coperti dalla contrattazione e che quasi sempre questa fissi salari non da fame non implica affatto che un salario minimo non sia necessario. Serve per affrontare il problema di quel 2-3% di lavoratori. E il fatto che si tratti per lo più di giovani, donne e immigrati non vuol certo dire che contino di meno degli altri.
2. La legge sulla rappresentanza
In realtà, in Italia molte persone che lavorano non sono affatto coperte dalla contrattazione. Il fatto che i salari, a differenza che in altri paesi, non abbiano tenuto il passo dell’inflazione ci dice che il sistema di contrattazione nel nostro paese non funziona. I contratti vengono siglati sempre in ritardo non permettendo ai lavoratori di recuperare le perdite di potere d’acquisto. Proliferano poi i contratti firmati da sigle sindacali di comodo (i cosiddetti “contratti pirata”) che spesso applicano minimi inferiori alla soglia di povertà, come documentato sul primo numero di eco. I lavoratori della logistica Esselunga, inquadrati come addetti alla vigilanza, che sono recentemente assurti agli albori della cronaca perché pagati 5,37 euro all’ora per 173 ore al mese, con una retribuzione netta di 650 euro, erano soggetti a uno di questi contratti. Gli accordi pirata coinvolgono una minoranza di lavoratori, ma non per questo non trascinano verso il basso tutta la struttura delle retribuzioni. I datori possono infatti minacciare di lasciare il tavolo di contrattazione per sottoscriverne uno.
La riforma della contrattazione riguarda sindacati e associazioni datoriali, ma il governo può fare molto per facilitarla varando una legge sulla rappresentanza. I sindacati e le associazioni di categoria si rifiutano di misurare il loro grado di rappresentatività. Le organizzazioni sindacali si limitano a fornire loro stesse dei dati sulla loro rappresentanza che sono sistematicamente più alti di quelli che si rilevano nelle indagini campionarie presso i lavoratori, come mostrato sempre nel primo numero di eco. Una legge sulla rappresentanza stimolerebbe i sindacati a rafforzare la loro presenza nelle aziende e la contrattazione decentrata, anziché agire come soggetto politico nazionale che contratta solo con il governo. Ed eviterebbe l’attuale pletora di contratti nazionali.
3. Sterilizzare il fiscal drag
Quando aumentano i prezzi e le tasse comportano aliquote crescenti con i redditi degli individui (sono progressive come l’Irpef) molti finiscono per pagare imposte più alte anche se il potere d’acquisto dei loro salari non è aumentato, per il semplice fatto che la loro retribuzione nominale, vale a dire senza tenere conto dell’inflazione, è cresciuta. Per questo motivo, tutti i paesi dell’Eurozona, a eccezione di Cipro, Grecia, Croazia, Ungheria e Italia, di fronte alla recrudescenza dell’inflazione, hanno indicizzato gli scaglioni e le altre componenti nominali dell’imposta sui redditi all’inflazione. Del resto, era quanto facevamo anche in Italia negli anni Ottanta, in periodi ad alta inflazione. Da notare che i cinque paesi, tra cui l’Italia, che non hanno indicizzato gli scaglioni all’inflazione hanno tutti un forte settore informale. L’impressione è che i loro governi utilizzino l’inflazione per recuperare gettito non già riducendo l’evasione fiscale, ma tassando ancora di più chi già oggi paga.
Va detto che il governo italiano in questi anni ha ridotto il cuneo fiscale e contributivo, annullando il fiscal drag e recuperando in parte il terreno perso con l’inflazione per i salari più bassi. Ha invece permesso che i lavoratori con salari nominali superiori ai 35mila euro lordi (circa 2.300 euro al mese al netto delle tasse) aggiungessero alla perdita associata al mancato o ritardato rinnovo dei loro contratti anche una tassazione più pesante, perché passati a un’aliquota fiscale più gravosa, oppure perché, pur divenuti più poveri, non hanno beneficiato di un’aliquota più bassa. Questo contribuisce a spiegare perché la pressione fiscale in Italia sia aumentata del 3%, passando (dal 41,4 al 42,6%), comportando 26 miliardi di entrate aggiuntive. Non c’è stato quindi alcun abbassamento delle tasse sul lavoro contrariamente a quanto sostenuto dall’esecutivo, casomai una parziale restituzione del maltolto.
Sterilizzare il fiscal drag di un’inflazione al 2%, il target della Banca centrale europea, ha un costo limitato, attorno ai 3 miliardi, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio. Dovremmo farlo.
4. Aiutare gli incapienti
Nessun taglio alle tasse potrà mai essere d’aiuto a chi non le paga perché i suoi redditi sono inferiori alla soglia di incapienza. Le persone fra i 18 e i 59 anni che si sono viste cancellare dal governo il Reddito di cittadinanza perché ritenute “occupabili” e che non hanno trovato lavoro oppure che ne hanno trovato uno saltuario non sufficiente a farli salire oltre la soglia di povertà vanno aiutate. Non esiste paese al mondo che abbia escluso dall’assistenza sociale di ultima istanza le persone solo perché sono in età lavorativa e senza familiari alle dipendenze. Non chiediamo di ripristinare il Reddito di cittadinanza perché questo non spingeva sufficientemente alla ricerca di lavoro. Ma un sostegno a queste persone va fornito, come in tutti gli altri paesi dell’Unione europea (si veda la rubrica “Sovrani in Europa”). Non possono essere abbandonate. È un problema di equità, di coesione sociale e di ordine pubblico al tempo stesso.
P.S. Il prossimo numero di eco, in edicola il 13 dicembre, sarà dedicato alle imprese irresponsabili.