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Coi soldi degli altri

I banchieri sono tra le figure più odiate – e invidiate – al mondo, perché privatizzano i profitti realizzati coi soldi degli altri e socializzano le perdite con salvataggi pagati con i soldi dei contribuenti. È quindi legittimo chiedersi perché i salvataggi bancari risultino talvolta inevitabili, ma anche come sia possibile evitarli attraverso regole semplici e autorità indipendenti forti. È altrettanto importante interrogarsi su come redistribuire ai cittadini gli elevati profitti degli istituti di credito, non tramite una tassazione una tantum, ma favorendo una riduzione dei costi che le banche scaricano sulla clientela. Il protagonismo dell’attuale governo nei riassetti bancari produce l’effetto opposto: frena lo sviluppo del nostro mercato dei capitali e rende il sistema italiano ancora più bancocentrico.

 

Come fare i propri affari e realizzare ingenti fortune «coi soldi degli altri». Era il 1914 quando il “giurista del popolo”, Louis Brandeis, descriveva in questo modo il mestiere dei grandi banchieri americani di inizio secolo, invocando maggiore concorrenza nel mondo finanziario. Oggi, a distanza di un secolo, l’immagine pubblica dei banchieri non è migliorata. Sono tuttora tra le persone più odiate – e più invidiate al tempo stesso – del mondo e la Grande Crisi Finanziaria del 2008-2009 ne ha ulteriormente peggiorato la reputazione. Sono odiati perché quando realizzano grandi profitti se li tengono per loro e per i propri azionisti. Mentre quando subiscono gravi perdite le scaricano sulla collettività in nome del loro essere “banche sistemiche”, vale a dire istituti il cui fallimento potrebbe mettere in ginocchio la stabilità dell’intero sistema economico e finanziario. In altre parole, le banche privatizzano i profitti e socializzano le perdite e molti banchieri hanno continuato a elargirsi paghe astronomiche anche quando avrebbero dovuto portare i libri in tribunale se non ci fosse stato l’intervento pubblico, cioè senza i soldi di tutti noi.

Perché i governi salvano le banche? Cosa si può fare per impedire che i banchieri si facciano gli affari loro coi soldi degli altri? E come, almeno in parte, socializzare i loro profitti e non solo le perdite?

Le ragioni dei salvataggi pubblici

Come spieghiamo in questo numero di eco, le banche hanno un ruolo essenziale in un sistema economico: quello di fornire liquidità a imprese e famiglie, proteggendole da eventi inaspettati e finanziando chi ha idee brillanti per la testa, ma non ha i soldi per realizzarle. Facilitano l’incontro fra risparmi e investimenti tanto nello spazio (fra persone diverse) che nel tempo (fra un anno e l’altro per la stessa persona). Pensiamo a quante volte ci è capitato di dover sostenere una spesa imprevista senza avere nell’immediato i soldi per farlo, ma sapendo di potervi far fronte coi propri guadagni futuri. Le banche ci permettono di affrontare questi sfasamenti temporali fra uscite ed entrate. Per questi motivi, quando le banche vanno in crisi si blocca un po’ tutto: acquisti, investimenti, attività che creano valore e lavoro, trascinando con sé l’intero sistema economico. Le crisi bancarie non sono come le tante crisi cicliche, le recessioni, che si ripetono nel corso del tempo. Lasciano cicatrici profonde e durano molto più a lungo delle recessioni “normali”.

Ciò che rende le banche così essenziali è ciò che, al tempo stesso, le rende più vulnerabili. Proprio perché le banche non tengono tutti i soldi che noi depositiamo nelle loro casseforti, ma li usano per finanziare chi ha problemi di liquidità, se tutti i depositanti chiedono contemporaneamente indietro il loro denaro, le banche da sole non sono in grado di farlo. I salvataggi dello stato servono anche per scongiurare perdite di fiducia generalizzate, corse agli sportelli che potrebbero trascinare nel baratro l’intero sistema bancario, anche quelle banche che hanno avuto una gestione prudente e hanno tenuto a riserva una quota consistente delle somme depositate dalla clientela. Il problema è che, sapendo che se le cose vanno male, tanto paga Pantalone, molti banchieri possono essere indotti a prendersi rischi eccessivi. Come nel caso dei mutui subprime negli Stati Uniti che hanno scatenato la Grande Crisi Finanziaria del 2008-2009. Questo ci porta al secondo quesito.

Cosa fare per impedire che si facciano gli affari loro coi nostri soldi

Louis Brandeis ce l’aveva con le grandi banche, come Morgan Stanley, anche perché usavano i soldi degli ignari correntisti per finanziare le imprese di cui detenevano partecipazioni rilevanti. In altre parole, usavano i soldi dei cittadini statunitensi che aprivano un conto nella loro banca per autofinanziarsi. Nelle sue parole «prestano gran parte di questi fondi, direttamente o indirettamente, a sé stessi e, cosa ancora più importante, li usano per prevenire che questi fondi vadano a imprese rivali». A ben vedere, anche in questa concentrazione degli investimenti sulle “proprie imprese” c’è un’eccessiva assunzione di rischio, perché si viola il principio di diversificazione, mettendo tutte le uova nello stesso paniere, oltre che una distorsione della concorrenza. Il migliore antidoto contro questi comportamenti e contro i conflitti di interesse risiede nella trasparenza (“la luce solare e quella elettrica”) e nella regolazione del sistema bancario e di quello finanziario più in generale. Ci vogliono regole semplici e trasparenti e forti autorità indipendenti di supervisione delle banche che facciano rispettare queste regole e impongano pubblicità sulle partecipazioni bancarie e, quindi, sui potenziali conflitti di interesse.

In queste settimane si è molto discusso delle insidie che l’offensiva di Donald Trump contro la Federal Reserve (la banca centrale statunitense) comporta nella conduzione della politica monetaria, nelle decisioni sui tassi di interesse. Ma non meno seri sono i rischi di indebolimento della supervisione della Fed sulle banche statunitensi, soprattutto su quelle che hanno maggiormente finanziato la campagna elettorale del presidente Usa. La minaccia di incriminazione di Jerome Powell (attuale presidente della Fed) richiama in modo sinistro i giorni in cui Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, rispettivamente governatore e vice-direttore generale di Bankitalia, vennero incriminati (Sarcinelli fu addirittura tradotto a Regina Coeli e poi privato dei compiti di vigilanza) per non avere ceduto alle pressioni di Giulio Andreotti e Franco Evangelisti affinché salvassero le banche di Michele Sindona, sistemassero i debiti della famiglia Caltagirone nei confronti dell’Italcasse e coprissero le malversazioni compiute dalla P2 nei confronti del Banco Ambrosiano. Ora, tornando alle vicende statunitensi, Kevin Warsh, prescelto da Donald Trump come nuovo presidente della Fed, si presenta meglio di molti sicofanti alla corte del 47° presidente degli Stati Uniti, seduti in posti chiave come l’Office of Management of the Budget. Tuttavia, come ha documentato Paul Krugman sulla piattaforma online Substack, nel board della banca centrale statunitense Warsh ha sempre votato in linea con i desiderata del governo in carica. Non una grande dimostrazione di indipendenza.

Come socializzare i profitti delle banche?

Il nostro governo ha cercato in ben tre leggi di bilancio di tassare i cosiddetti extra-profitti delle banche con goffi tentativi e marce indietro, come spieghiamo in dettaglio nelle pagine che seguono. Al terzo tentativo, è riuscito a ottenere un tributo straordinario dalle banche. L’auspicio è che non avvenga come con le tasse “Robin Hood” di Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia che ci portò nel 2011 sull’orlo del baratro, imposte all’epoca sugli ultra-profitti delle imprese energetiche. Finirono per essere in gran parte scaricate sui consumatori con bollette più alte, prima di essere dichiarate incostituzionali. Troviamo giusto socializzare i profitti (e non solo gli extra-profitti) delle banche, ma non è con tasse eccezionali che possono essere obbligate a condividere coi cittadini i profitti elevati che riescono a conseguire. I grandi profitti, quando non sono collegati a grandi innovazioni, sono spesso l’altra faccia della medaglia di un mercato poco competitivo. E preferiamo di gran lunga redistribuire prima che questi profitti si materializzino, e non dopo.

Il grafico di questo mese documenta come le banche riescano a realizzare grandi profitti non solo quando i tassi di interesse salgono (e si apre la forbice tra quelli che praticano sui prestiti che concedono e quelli che pagano ai correntisti), ma anche quando i tassi calano, mantenendo alte le rate dei mutui. Questo avviene perché non c’è abbastanza concorrenza nel sistema bancario. Lo dimostrano diverse analisi comparate sui costi dei servizi bancari nei paesi dell’Unione europea: in Italia commissioni più alte sui depositi e, nonostante questo, un divario maggiore fra tassi attivi (quelli chiesti alle famiglie che prendono a prestito) e passivi (quelli che remunerano i depositi). Costano di più anche i crediti al consumo e i mutui offerti alle famiglie.

Non è perciò con tasse eccezionali sugli extraprofitti che si possono socializzare i profitti delle banche. Primo perché, se non c’è concorrenza, le banche le faranno ricadere, una volta di più, sui correntisti. Secondo perché questi profitti non sono affatto straordinari, ma sono strutturali. Non servono perciò tasse una tantum (se durassero di più sarebbero incostituzionali come quelle di Tremonti), ma servono misure che in modo duraturo favoriscano la concorrenza tra banche e che rendano il nostro sistema meno bancocentrico. Ad esempio bisogna garantire un’effettiva portabilità dei conti correnti, mettere a frutto le opportunità offerte dall’innovazione finanziaria supportata dalle nuove tecnologie (fintech) per migliorare la qualità e abbassare i costi dei servizi bancari e allargare il mercato dei capitali rendendolo meno bancocentrico.

Il nostro mercato dei capitali è, infatti, piccolo per gli standard internazionali e fatica ad attrarre investitori dall’estero. Dalla sua reputazione dipende la nostra capacità di attrarre risorse dall’estero favorendo la crescita economica, riducendo i costi degli strumenti finanziari e permettendo maggiore diversificazione a chi vuole investire i propri risparmi nel nostro paese. Un governo sovranista dovrebbe promuovere un mercato dei capitali più grande e più aperto. Esattamente l’opposto di quanto sta facendo con il suo protagonismo in campo bancario. L’impressione è che si sia scelto di favorire alcune aggregazioni e impedirne altre in base esclusivamente a logiche di potere, l’antico desiderio dei politici di avere una propria banca, di sommare potere economico al potere politico di cui dispongono; lo stesso spirito che ha animato il sogno leghista di Credieuronord, banca per i lavoratori del Nord chiusa ingloriosamente dopo aver bruciato 15 milioni di euro ad appena quattro anni dalla sua creazione. Fu salvata dalla Banca Popolare di Milano (Bpm). A proposito, ci viene un dubbio: è forse per non svelare i particolari di quel salvataggio che il governo si è opposto all’Opa di UniCredit su Bpm?

 

P.S. Il prossimo numero di eco, in edicola il 14 marzo, sarà sulle carceri.

 

Cosa fanno le banche con i nostri soldi
2/2026
Cosa fanno le banche con i nostri soldi

Cosa spiega gli alti profitti, come distribuirli ai risparmiatori, cosa c’è dietro al risiko bancario

 

I banchieri sono tra le persone più odiate – e invidiate – al mondo: privatizzano i profitti e, nelle crisi, socializzano le perdite. Se i salvataggi risultano talvolta inevitabili, si possono prevenire con regole semplici e autorità indipendenti forti. E si possono socializzare i profitti, non con tasse una tantum, ma riducendo in modo continuativo i costi per clienti e imprese. Il protagonismo della politica nei riassetti bancari rischia invece di frenare lo sviluppo del mercato dei capitali e di rafforzare un modello ancora troppo bancocentrico. A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, torniamo anche a raccontare l’economia del paese e la condizione dei rifugiati in Europa, sospesi tra il desiderio di restare e quello di tornare.

 

Leggi l’editoriale COI SOLDI DEGLI ALTRI

 

Disponibile in versione digitale, in edicola e versione cartacea da martedì 24 febbraio

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