Ha già rivoluzionato il modo in cui si conduce la guerra, e siamo solo agli inizi: in un mondo sempre più disordinato e conflittuale, nessuno può permettersi di rinunciare all’IA militare. Affinché evolva rafforzando chi si difende rispetto a chi attacca, diventando un deterrente alle aggressioni, conta muoversi con rapidità nell’adottare le innovazioni. Per questo l’Europa non può chiamarsi fuori dalla corsa e deve mettere a frutto l’esperienza maturata sul campo in Ucraina. L’IA può ridurre la necessità di ricorrere al personale militare nella difesa, ma l’Italia sembra non averlo capito. La sua spesa militare è fortemente sbilanciata sul personale piuttosto che sugli equipaggiamenti.
L’intelligenza artificiale ha già rivoluzionato il modo in cui si fanno le guerre e molte sue applicazioni all’industria bellica sono ancora tutte da scoprire. Il conflitto si è progressivamente digitalizzato: attacchi cyber, droni, armi autonome, sistemi algoritmici per supportare le decisioni sul campo. Molte altre applicazioni dell’intelligenza artificiale avvengono nelle retrovie, come ci narra in questo numero di eco chi ha conosciuto di prima mano, in Ucraina, il nuovo modo di fare la guerra. Sono conflitti a maggiore intensità di dati e a sempre minore intensità di soldati, con tutti i vantaggi e gli svantaggi (oltre che i problemi etici) che questa evoluzione comporta. Si possono risparmiare vite, ma si rischia anche di abbassare la soglia del conflitto e deresponsabilizzare chi lo scatena.
Nuovi protagonisti
Con la digitalizzazione, è emersa una nuova categoria di protagonisti: le grandi piattaforme tecnologiche. Amazon e Microsoft gestiscono la quasi totalità dei dati della pubblica amministrazione e dell’esercito ucraini. Palantir produce i sistemi di IA che i corpi speciali ucraini usano per operazioni oltre le linee nemiche. Alphabet, Amazon e Microsoft forniscono alle forze israeliane tecnologie di sorveglianza e targeting. E Anthropic ha visto i propri sistemi impiegati nell’operazione militare statunitense contro l’Iran. Gli obiettivi strategici spesso non sono più i comandi militari, ma le grandi centrali di elaborazione dei dati. Come documentiamo, tra il 2013 e il 2024, le Big Tech americane hanno ricevuto contratti dal Pentagono, dalla Cia e dalla Nsa per centinaia di miliardi di dollari: da quello da 600 milioni di dollari con Amazon per i sistemi cloud della Cia nel 2013 ai 19,8 miliardi affidati a Microsoft nel 2023 per simulazioni militari avanzate, fino ai 22 milioni più recenti per le infrastrutture cloud dello US Special Operations Command. L’intelligenza artificiale sta cambiando non solo come si combatte, ma anche chi – o cosa – combatte. Sono i Ceo delle Big Tech, prima ancora delle gerarchie militari, a doversi porre i problemi etici e geopolitici che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle guerre moderne comporta. Anche perché, a differenza che in passato (pensiamo al caso di Internet), oggi il trasferimento tecnologico sembra andare dall’uso civile a quello militare. Il riconoscimento di immagini sviluppato per i sistemi di raccomandazione di Amazon finisce sui droni. I modelli linguistici usati per il customer service diventano sistemi di analisi e targeting. La Defence Innovation Unit (Diu), costituita nel 2015 a Mountain View – nel cuore della Silicon Valley – con a capo l’ex vice presidente di Apple, è l’emblema istituzionale del nuovo sistema.
L’IA serve più a chi attacca o a chi difende?
In un mondo sempre più disordinato e conflittuale come quello che abbiamo descritto nell’ultimo numero di eco, vorremmo tanto che l’IA favorisse più chi si difende di chi attacca, perché può essere un potente deterrente per chi ha piani aggressivi.
Purtroppo l’intelligenza artificiale potenzia grandemente l’offesa attraverso un targeting degli obiettivi molto più rapido che in passato e l’analisi di enormi quantità di dati sul nemico. Gli algoritmi di riconoscimento di immagini, elaborazione di dati da droni e identificazione di pattern permettono di individuare obiettivi a una velocità e con una precisione che nessun operatore umano potrebbe eguagliare. La campagna contro l’Iran ne è la dimostrazione più recente: un migliaio di obiettivi selezionati e prioritizzati in poche ore. Chi colpisce per primo sa dove mirare, mentre chi subisce il colpo spesso non ha avuto il tempo di nascondersi. Se riesci a trovare l’avversario, puoi distruggerlo, fare progressi al fronte o sperare di rovesciare governi e dittature ostili.
Ma non è affatto detta l’ultima parola. Gli algoritmi di IA sono altrettanto capaci di confondere l’avversario come di identificarlo. Gli stessi strumenti che elaborano e interpretano enormi flussi di dati possono generare informazioni fuorvianti: falsi segnali radio, decoy robotici, suoni artificiali, trasmissioni ingannevoli. L’IA può addensare la “nebbia della guerra” tanto quanto può dissolverla. Se le tattiche difensive di occultamento e inganno riescono a tenere il passo con quelle offensive, l’equilibrio potrebbe spostarsi verso chi si difende rispetto a chi attacca.
Il vantaggio che l’IA può attribuire alle parti in conflitto, siano aggressori o aggrediti, dipende forse più dalla velocità con cui gli attori in gioco sanno adottare e adattare l’intelligenza artificiale che dalla tecnologia in sé e per sé. È una corsa contro il tempo. Purtroppo i paesi offensivi sono spesso dittature in grado di adottare strumenti innovativi più rapidamente delle istituzioni e delle imprese di paesi democratici, frenate da vincoli normativi e organizzativi. Il prevalere di attacco o difesa nell’utilizzo dell’IA, dunque, non è solo una questione tecnologica: è anche una questione istituzionale. Chi governa il dispiegamento dell’IA – con quali regole, con quale velocità, con quale capacità di audit e controllo – determina in larga misura dove si sposta l’ago della bilancia tra difesa e attacco.
Prendiamo il caso di Claude Mythos, di cui trattiamo ampiamente nelle pagine che seguono. È un sistema di IA capace di individuare vulnerabilità nei software con un’efficacia senza precedenti, messo a disposizione da Anthropic soltanto di un numero ristretto di organizzazioni per testare le proprie difese. Nelle mani giuste, può rafforzare le difese; nelle mani sbagliate, può diventare un’arma di attacco devastante. La decisione di non renderlo pubblico riflette questa ambivalenza fondamentale e questa gara contro il tempo nell’adottare le nuove tecnologie.
Chi decide, gli uomini o gli algoritmi?
Per millenni, la guerra ha richiesto corpi: soldati che marciano, combattono, resistono, muoiono. L’IA – combinata con la robotica e i sistemi autonomi – promette di cambiare l’equazione in modo radicale. I vantaggi dei sistemi autonomi rispetto agli operatori umani sono numerosi e non banali. Prima di tutto, la capacità di elaborare informazioni: un soldato fatica a trarre conclusioni significative da una singola immagine satellitare di un campo di battaglia, mentre un algoritmo di IA può analizzare milioni di ore di filmati di droni senza sforzo. Questi sistemi riconoscono schemi che gli esseri umani si perdono, interpretano l’attività avversaria e individuano minacce e opportunità a una velocità impensabile per un operatore in carne e ossa. In secondo luogo, la capacità di gestire reti su larga scala. Le operazioni che coinvolgono unità multiple – divisioni di fanteria, bombardieri, sciami di droni – sono sempre state limitate dalla capacità umana di coordinare le azioni. L’IA ne aumenta drasticamente la portata e la complessità, trasmettendo e processando grandi volumi di informazioni in tempo reale. In terzo luogo, e forse più importante dal punto di vista strategico, i sistemi autonomi possono operare senza comunicazione continua con i centri di comando. Questo li rende resistenti alla guerra elettronica e al jamming: anche quando, isolati dall’avversario, possono continuare a combattere. Per un esercito moderno, che dipende pesantemente dalle comunicazioni digitali, l’autonomia operativa è un vantaggio enorme.
La realtà del campo di battaglia conferma queste tendenze teoriche. La guerra in Ucraina ha visto un’accelerazione senza precedenti nell’uso di droni – armi relativamente economiche, producibili in scala, sempre più guidate da algoritmi e dotate di targeting autonomi. Aziende come Anduril negli Stati Uniti e Helsing in Germania si concentrano specificamente sullo sviluppo di armi senza pilota a basso costo e producibili in grandi quantità. Il concetto di “massa precisa” è forse il più rilevante per capire la direzione dell’evoluzione. L’IA sta rendendo possibili sistemi che sono al tempo stesso economici, producibili in scala e sufficientemente precisi. La guerra in Iran ha illustrato questo punto in modo brutale: gli intercettori Patriot americani, da milioni di dollari l’uno, vengono impiegati per abbattere droni Shahed iraniani che costano poche decine di migliaia di dollari. La sproporzione è insostenibile nel lungo periodo, e il progresso dell’IA renderà probabilmente i sistemi a basso costo ancora più efficaci.
I quesiti più rilevanti riguardano però la sostituzione decisionale dell’uomo, non quella fisica. In che modo riusciamo a controllare e gestire gli algoritmi che selezionano gli obiettivi, quali sono i rischi di una deresponsabilizzazione di chi dovrebbe essere al comando delle operazioni? Quali i pericoli di una escalation non controllata, quasi automatica, del conflitto? L’uso dell’IA ha aumentato in modo esponenziale il numero di azioni militari compiute in modo automatizzato o su indicazione di sistemi algoritmici. Questo solleva questioni etiche profonde sulla responsabilità delle azioni belliche: se un algoritmo seleziona un obiettivo e un drone autonomo lo colpisce, chi risponde delle conseguenze? Sistemi automatizzati che reagiscono a minacce percepite in frazioni di secondo, senza il filtro del giudizio umano, possono trascinare i conflitti verso scenari che nessun decisore umano avrebbe deliberatamente prescelto. In linea di principio, la responsabilità per le decisioni e le azioni degli algoritmi resta in capo all’essere umano. Non è l’IA a rispondere dei danni, ma i soggetti che la progettano, la sviluppano o la utilizzano, sempre che si riesca a identificarli. Soprattutto nella guerra cibernetica – un dominio di conflitto che, a differenza delle battaglie tradizionali, non ha un fronte, non ha orari, tregue, cessate il fuoco – non ci sono attori chiaramente identificabili.
Cosa può fare l’Europa?
Per tutte le ragioni viste in precedenza l’Europa non deve rinunciare alla corsa all’IA militare. Dal punto di vista delle infrastrutture digitali, l’Europa dipende in larga misura dalle Big Tech americane: Microsoft e Amazon gestiscono gran parte dei dati pubblici europei, comprese infrastrutture sensibili. Il mercato dell’IA è dominato da aziende Usa e cinesi; l’impresa europea di IA più preziosa, Mistral, vale una frazione dei suoi competitor americani.
Molti paesi europei stanno aumentando la spesa militare, rispettando gli impegni Nato che prevedono fino al 5% del Pil entro il 2035. Non lo fanno certo per ragioni economiche. I paesi europei acquistano armamenti prevalentemente all’estero: circa tre quarti della spesa in equipaggiamenti militari si traduce in importazioni, principalmente dagli Stati Uniti. Significa che l’aumento della spesa per la difesa – oggi in forte crescita – avvantaggia in larga misura l’industria americana, con un effetto moltiplicatore sulla domanda interna europea assai limitato. Inoltre, come documentiamo, entro tre anni da una forte espansione della spesa militare, il deficit pubblico aumenta in media di circa 2,6 punti percentuali di Pil e il rapporto debito/Pil cresce di circa 7 punti. E quando il finanziamento avviene principalmente attraverso riallocazioni di bilancio anziché mediante l’emissione di nuovo debito, si tratta di fare una scelta netta tra spese militari e spese sociali: sanità, istruzione, protezione sociale.
Per tutti questi motivi, è fondamentale spendere bene per spendere il meno possibile. Un aumento coordinato – attraverso acquisti congiunti, integrazione delle catene produttive, standardizzazione dei sistemi – può ridurre le “perdite” verso l’estero legate alle importazioni, creare economie di scala e aumentare l’efficienza della spesa. Iniziative recenti come la Security Action for Europe (Safe) vanno nella direzione giusta, ma richiedono un impegno politico duraturo e una capacità di attuazione efficace. Fondamentale disporre di capacità pubbliche di testing e audit. Il fatto che fino a ora solo l’AI Security Institute del Regno Unito abbia pubblicato una valutazione strutturata delle capacità cyber di un sistema come Mythos è un segnale preoccupante.
In molti paesi europei, tra cui l’Italia, il servizio militare obbligatorio è impopolare e ci sono sempre meno giovani. Come si è visto, le armi autonome e i sistemi di IA potrebbero compensare il calo di personale umano, rendendo possibili capacità difensive che la demografia europea renderebbe altrimenti difficili da mantenere. Paesi come il nostro che destinano la spesa militare soprattutto al personale – come documentiamo nel grafico del mese – rischiano di trovarsi del tutto impreparati di fronte alle nuove guerre che scoppiano a poca distanza da noi.
P.S. Il prossimo numero di eco, in edicola dal 20 giugno, sarà dedicato all’economia della Cina.