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I costi dell’incoerenza

“Nucleare sì-nucleare no” non è il punto di partenza corretto per delineare il futuro energetico del nostro paese. Quello corretto sono i dati. Che ci dicono che siamo molto vulnerabili agli shock energetici, che paghiamo l’elettricità più di altri paesi europei e che abbiamo quasi due milioni e mezzo di famiglie in povertà energetica. L’Italia soffre per l’incertezza normativa che non colpisce selettivamente una fonte, ma l’investimento in quanto tale. Per questo, un disegno di legge delega approvato senza una maggioranza politica più larga del governo a fine legislatura non è un atto di programmazione energetica: è una boutade dai contorni incerti, che non garantisce né il ritorno al nucleare né le alternative possibili.

 

C’è un modo semplice per capire quanto l’Italia paghi la propria incoerenza energetica: contare i giorni. Nell’ultimo anno il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ha superato i 100 euro al megawattora in otto giorni su dieci in Italia, contro meno di uno su cinque in Spagna, meno di due su dieci in Francia, tre su dieci in Germania. Non è più, da tempo, un problema di livello assoluto dei prezzi: è un problema di distanza dai concorrenti, che si è aperta nel 2022 e non si è mai richiusa. Le altre grandi economie europee sono rientrate sotto la soglia critica. Noi no. Come documentiamo nel grafico del mese, siamo il paese europeo con maggiore dipendenza energetica, intesa come quota percentuale di energia importata rispetto al totale di quella disponibile. Siamo perciò particolarmente vulnerabili agli shock energetici, come abbiamo imparato anche di recente. E abbiamo quasi due milioni e mezzo di famiglie in povertà energetica, vale a dire impossibilitate ad accedere ai servizi energetici essenziali (riscaldamento, raffrescamento, illuminazione e uso degli elettrodomestici) necessari per garantire standard di vita e salute dignitosi, con punte del 20% in alcune regioni. Inoltre, abbiamo un tessuto industriale dominato da piccole imprese che hanno minore capacità di adattamento a cambiamenti nei prezzi e nell’offerta.

Questi dati dovrebbero essere il punto di partenza di ogni discussione seria sulla politica energetica italiana. Invece, il dibattito pubblico si è nuovamente incanalato nella domanda sbagliata: nucleare sì o nucleare no. È una domanda che genera schieramenti, titoli, nuovi referendum sui social media o fra elettori immaginari. Ed è sbagliata perché sposta l’attenzione dalla vera variabile che decide se un paese riesce a modernizzare il proprio sistema energetico: la capacità di prendere una decisione e mantenerla abbastanza a lungo perché qualcuno investa su di essa.

Una delega a chi?

Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sull’“energia nucleare sostenibile”. Chi si aspetta un piano industriale resterà deluso: il testo non autorizza la costruzione di un solo impianto, ma conferisce al governo una delega ampia – secondo le opposizioni fin troppo indefinita – per scrivere in un secondo momento, con decreti legislativi, il quadro normativo per gli small modular reactor, per la gestione dei rifiuti radioattivi, per una nuova autorità di sicurezza. Di leggi delega a cavallo fra due legislature finite nel nulla sono costellate le cronache parlamentari. Certo, il perimetro costituzionale è limitato per via del “vincolo referendario” sancito dalla Corte costituzionale nel 2012: il Parlamento non può reintrodurre per via legislativa ciò che un referendum ha abrogato, a meno che non sia trascorso un lasso di tempo ragionevole o siano mutate in modo sostanziale le condizioni di contesto. Nel 2026 entrambe le condizioni sarebbero, sulla carta, soddisfatte. Ma restare nel perimetro della legittimità costituzionale non basta a rendere una scelta credibile agli occhi di chi deve investirci sopra.

Ed è qui che il Ddl mostra il suo limite più serio, che non è giuridico ma politico. Come rileviamo in questo numero di eco, nell’accordo di programma della stessa maggioranza di governo nel 2022 il nucleare compariva in una riga vaga. Nessun partito ha mai costruito attorno a questa scelta un consenso stabile, trasversale, capace di sopravvivere a un cambio di legislatura. Il rischio, fondato, è che la timida iniziativa attuale si trasformi nell’arma referendaria della prossima opposizione, esattamente come accadde nel 1987 e nel 2011: due bocciature plebiscitarie, la seconda con il 94,4% dei votanti contrari, arrivate entrambe – non a caso – dopo Chernobyl e dopo Fukushima, sull’onda di un’emotività che ha lasciato un segno più duraturo nella memoria collettiva di quanto abbiano fatto i vincoli tecnici o costituzionali.

Perché la credibilità vale più della tecnologia

Un investimento energetico – nucleare, ma anche una rete di trasmissione, un impianto eolico offshore, un rigassificatore – è per costruzione una scommessa pluridecennale. Servono anni e anni di coerenza amministrativa, stabilità regolatoria, spesa pubblica e consenso territoriale prima che un reattore produca il primo chilowattora. Vale ancora di più per l’Italia che ripartirebbe letteralmente da zero: nessuna centrale in esercizio, nessun sito attivo su cui innestare nuovi impianti, mentre non a caso i pochi cantieri nucleari avviati nelle economie di mercato si concentrano su siti già esistenti – la Francia del piano Epr2 costruisce a Penly, Gravelines e Bugey, non altrove.

A ben guardare vale non solo per il nucleare, ma per ogni tecnologia che richieda capitale paziente, investimenti di lungo periodo. Le imprese non investono sulla base di un annuncio; investono sulla base della probabilità che l’annuncio sopravviva al ciclo elettorale successivo. Quando quella probabilità è bassa, il prezzo del capitale sale, il progetto arretra e alla fine non si costruisce né il nucleare né l’alternativa. L’incertezza normativa non colpisce selettivamente una fonte: colpisce l’investimento in quanto tale. È per questo che la vera domanda da porre a un governo che rilancia l’atomo non è “quanti reattori” ma “con quale grado di impegno, verificabile e costoso da disattendere, intendete tenere fede alla scelta anche quando cambierà la maggioranza?”. “C’è un accordo politico con l’opposizione, o almeno con parte di questa per portare avanti il piano anche se, dopo le elezioni, cambiasse la maggioranza di governo?”. Il ministro Pichetto Fratin, nell’intervista che ci ha concesso, giustamente parla dei prossimi dieci anni. Ma quali impegni può prendere quando manca un anno (o anche meno) dal voto?

Un segnale in questa direzione arriva, paradossalmente, dal fronte più lontano dal nucleare tradizionale: quello dei data center e dell’intelligenza artificiale. I grandi operatori tecnologici – Meta, Amazon, Alphabet, Microsoft – hanno già sottoscritto diversi gigawatt di contratti di lungo termine e partenariati diretti su capacità nucleare, impegni che si estendono alla metà degli anni Trenta. Non lo fanno per fede ideologica nell’atomo, ma perché quei contratti – Power Purchase Agreement pluriennali, accordi bilaterali che ripartiscono in modo esplicito rischio-volume e rischio-prezzo tra le parti – offrono l’unica cosa che rende un investimento energetico finanziabile: la certezza contrattuale che sostituisce la certezza politica dove quest’ultima non può arrivare. È esattamente lo strumento che in Italia manca, non perché non esista la tecnologia contrattuale, ma perché nessuno crede abbastanza nella stabilità del quadro normativo da scommetterci sopra un miliardo di euro e vent’anni di orizzonte.

Diversificare per sopravvivere

Detto questo, la tesi di chi liquida il nucleare come un capitolo chiuso merita di essere presa sul serio, non respinta per pregiudizio opposto. Anche per questo la ospitiamo su questo numero di eco, augurandoci di aprire un confronto pragmatico e costruttivo. Ricordiamo che i progetti occidentali più recenti – Olkiluoto 3, Flamanville 3, Hinkley Point C, Vogtle 3 e 4 – hanno accumulato ritardi e rincari fino a sette volte il preventivo iniziale, e che gli small modular reactor, oggi evocati come soluzione rapida, restano lontani dalla disponibilità commerciale: nessun modello è oggi costruibile e vendibile su scala, per quanto la logica industriale della serializzazione sia in sé promettente. Ed è pur vero che il sistema elettrico non è più organizzato attorno al concetto novecentesco di “carico di base” e che un mix con l’80-90% di rinnovabili entro il 2040 è tecnicamente alla portata, se accompagnato da reti, accumuli e autorizzazioni più rapide.

Ma proprio questo è l’argomento più forte a favore della diversificazione, non contro di essa: il sole non splende sempre, il vento non soffia sempre e una moderna economia industriale – ospedali, trasporti, data center – non può funzionare a intermittenza. La domanda di elettricità, peraltro, è destinata a crescere strutturalmente: l’elettrificazione dei consumi (pompe di calore, mobilità elettrica, processi industriali) e l’espansione dell’intelligenza artificiale spingono nella stessa direzione. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che il consumo elettrico globale dei data center possa quasi raddoppiare entro il 2030; anche se l’Italia è, per ora, lontana dalle pressioni che si osservano negli Stati Uniti, la traiettoria è segnata. Di fronte a una domanda crescente e sempre più elettrica, scommettere l’intero sistema su un’unica famiglia di tecnologie – per quanto in rapida discesa di costo – significa concentrare un rischio che la diversificazione esisterebbe apposta per distribuire.

Questo non equivale a dire che il nucleare sia la priorità immediata. Le leve a disposizione dell’Italia nel breve periodo sono altre: riallineare la fiscalità energetica, che oggi penalizza l’elettricità fino a tre-quattro volte rispetto al gas; sbloccare le autorizzazioni per le rinnovabili, ferme non per limiti fisici ma perché il 70% dei progetti è in attesa di valutazione ambientale; investire nei 23 miliardi già pianificati da Terna per le reti; sviluppare accumuli di breve e lungo periodo; introdurre prezzi orari e flessibilità della domanda. Sono azioni che, secondo le stime del Piano nazionale energia e clima, potrebbero valere fino a 10 miliardi di euro l’anno in minori importazioni. Nessuna di queste richiede i lunghi tempi del nucleare. Tutte, però, richiedono la stessa cosa che manca al nucleare: continuità amministrativa oltre il ciclo elettorale.

Mettere le imprese in condizioni di firmare contratti trentennali

Il paradosso italiano, allora, non è tra chi vuole il nucleare e chi lo rifiuta. È tra un paese che sa impegnarsi su un orizzonte più lungo dei suoi governi e uno che non ci riesce, qualunque sia la tecnologia in discussione. Un Ddl delega approvato senza una maggioranza politica larga e duratura alle spalle, pronto a diventare bersaglio del prossimo referendum, non è un atto di programmazione energetica: è una boutade dai contorni incerti. E lo stesso si può dire, con le proporzioni dovute, di ogni riforma energetica varata senza un impegno esplicito a tenerla ferma per il tempo necessario a produrre effetti, fiscalità inclusa.

Una politica energetica lungimirante per l’Italia non consiste nello scegliere una tecnologia vincente. Consiste nel costruire, attorno a un portafoglio diversificato di fonti – rinnovabili, reti, accumuli, e sì, anche nucleare quando e se la tecnologia, il consenso e i costi lo permetteranno – un impegno istituzionale sufficientemente credibile da convincere un’impresa a firmare un contratto trentennale. Le imprese tecnologiche che oggi finanziano nuovi reattori negli Stati Uniti non lo fanno perché credono ciecamente nell’atomo: lo fanno perché hanno un contratto che le tutela se lo stato cambia idea. L’Italia, prima di interrogarsi su quanti gigawatt nucleari costruire, dovrebbe interrogarsi su come rendere le proprie decisioni energetiche, qualunque esse siano, abbastanza vincolanti da meritare lo stesso tipo di fiducia.

 

P.S. Il prossimo numero di eco, in edicola dal 22 agosto, sarà dedicato ai figli.

 

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Nucleare sì o nucleare no? Non è questa la domanda giusta. I dati raccontano un’Italia vulnerabile agli shock energetici, con elettricità più cara che altrove, povertà energetica diffusa e investimenti frenati dall’incertezza normativa. Più che scegliere una tecnologia, serve una politica energetica credibile, stabile, diversificata nei rischi e capace di creare le condizioni per investire. Un disegno di legge approvato a fine legislatura, senza un consenso più ampio, difficilmente può assolvere a questo compito.

 

Leggi l’editoriale I costi dell’incoerenza

 

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